Investire in Bitcoin & criptovalute: il gioco è bello quando dura poco, avvisa il governo cinese (e non è il solo)

Molti governi del mondo avvertono sull'investimento in criptovalute. Un'attenzione particolare anche agli attacchi informatici.

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Al piccolo trotto nonostante tutto, i mercati azionari hanno mostrato un complessivo buon andamento anche la settimana scorsa con gli indici che sono quasi tutti ritornati piatti o positivi dopo uno scivolone avvenuto mercoledì 19 maggio, quando sono stati pubblicati i verbali della Fed ottimisti sulla ripresa Usa, ma pronti a discutere di ridimensionare i massicci acquisti di obbligazioni della banca centrale “ad un certo punto”.

A metà mese l’inflazione Usa è volata a un + 4,2% tendenziale, il livello più alto in 25 anni. Il prezzo delle auto usate è salito del 10%, un record dalla creazione di questo indice dal 1953 anche perché la rottura di alcuni anelli distributivi ha ridotto l’offerta di auto nuove in mancanza di componenti essenziali come i semiconduttori.

La governatrice della Fed, Lael Brainard, in questi giorni ha ribadito che l’accelerazione nell’aumento dei prezzi osservato negli ultimi mesi dovrebbe rapidamente ridursi e i mercati sono tornati sereni.

La settimana passata è stata anche quella dell’esplosione della volatilità del Bitcoin e delle criptovalute che sono oscillate paurosamente. Il Bitcoin dai massimi di circa 64.000 dollari di metà aprile è arrivato a toccare i 32.000 dollari (quasi la metà) e nelle ultime 24 ore è risalito fino a quasi 39.000 verdoni.

Cosa pensiamo del Bitcoin ne avevamo parlato in un dossier che avevamo scritto nell’ottobre 2017 per una delle riviste più lette dai commercialisti che ci aveva chiesto un approfondimento e da allora sono successe molte cose, ma il nostro parere non è molto cambiato.

Non consideriamo il Bitcoin e le criptovalute un asset da consigliare nei patrimoni dei nostri clienti, perché non possiedono molte delle caratteristiche essenziali che fanno di questo asset un investimento consigliabile alla stragrande maggioranza dei risparmiatori. E non è nemmeno una valuta, perché nessuno di noi andrebbe dal concessionario a comprare un’automobile che un giorno vale 50.000 euro, ma al saldo definitivo ti potrebbero venire chiesti per il pagamento il doppio o la metà.

Non ci sembra quindi un rifugio o investimento sicuro e non ci stupisce certo che alcuni intermediari abbiano iniziato a introdurli e consigliarli, poiché il controvalore globale scambiato è diventato sicuramente significativo e l’industria non vuole perdersi nessuna briciola di commissioni e guadagni e soprattutto non vuole perdersi nessuna nicchia di pubblico (millennial e apprendisti trader compresi).

Perché, secondo voi, i broker di Wall Street esultano sempre quando suona la campanella di chiusura comunque sia andato il mercato?

Semplice: perché ogni volta che qualcuno compra e vende loro guadagnano spiega Jason Zweig, uno dei commentatori più arguti e preparati del Wall Street Journal.

In termini di valore di mercato, le valute digitali sono diventate sempre più importanti come asset class raggiungendo un top di oltre 2 trilioni di dollari. E una capitalizzazione di mercato 9 volte superiore a quella dell’inizio del 2020

Benjamin Graham, il mentore di Warren Buffett, uno degli investitori di maggior successo nella storia e sulla breccia da decenni, già nel 1949 nel suo libro best seller “The Intelligent Investor” forniva una definizione nel 1934 di cosa è investimento e cosa è speculazione ancora attuale.

Gli investitori giudicano “il prezzo di mercato in base a standard consolidati di valore, mentre gli speculatori scommettono su un titolo perché confidano che salirà di prezzo, perché qualcun altro pagherà ancora di più per averlo.”

Qualcuno troverà antiquata questa definizione di Graham, ma il suo insegnamento è, invece, sempre maledettamente attuale, perché è un po’ la stessa differenza che Esopo racconta nella favola della cicala e della formica.

Ci sono certe cicale che sono brave e leste a cogliere il momento e cavalcare l’onda, ma molte non fanno una bella fine e chi investe da qualche decennio ha già visto il destino dei fenomeni (in tutti i sensi).

E nell’incertezza e opacità su fattori chiave il nostro consiglio è astenersi se si parla di investimenti e non di azzardo o gioco.

Ci sono magari opportunità nel mondo delle criptovalute, ma personalmente mi fanno più paura i rischi per gli investitori che sono spesso buoni padri (e madri) di famiglia.

Bitcoin & C. rimangono certo un affascinante oggetto speculativo che vive nella speranza che le criptovalute un giorno sostituiranno il vecchio sistema monetario. Ma i vecchi leoni (ovvero i governi) venderanno cara la pelle.

Non rinunceranno facilmente al signoraggio, cioè al profitto derivante dalla creazione di moneta. Ecco perché cercano di limitare l’influenza del mercato delle criptovalute. E questo è diventato particolarmente chiaro grazie al governo cinese, che è già relativamente in avanti nello sviluppo di una valuta digitale statale e sta ora agendo contro altre transazioni crittografiche. Dopotutto, vuole fare spazio alla sua moneta.

Resta da vedere come finirà questo tiro alla fune. Ma è difficile sostenere che queste fluttuazioni finiranno presto.

Fra le varie ragioni delle turbolenze, il mercato delle cripto (spesso terreno di truffe di ogni tipo come ha ricordato la settimana scorsa la Consob francese) deve affrontare varie sfide importanti che oggi investono il mondo delle risorse crittografiche.

Le questioni normative, la sicurezza dell’infrastruttura e le questioni legate all’anti-riciclaggio, l’inquinamento ambientale, il pump e dump scatenato, ovvero l’aggiotaggio selvaggio, dove un tweet di Elon Musk può far salire o scendere il mercato delle cripto di un + o – 20%.

 

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In particolare, a innestare la caduta della scorsa settimana ha contribuito in modo determinante un “uno-due” (come si dice nel pugilato) delle autorità cinesi e statunitensi che sono arrivati come siluri dopo già qualche segnale di belligeranza di altre istituzioni.

Ad aprile, ad esempio, la Turchia aveva vietato il pagamento con le criptovalute. E a gennaio, Agustín Carstens, direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali (BRI) – la banca centrale delle banche centrali – aveva detto in tono derisorio: “Forse la rete Bitcoin dovrebbe essere vista più come una comunità di giocatori d’azzardo online che scambiano denaro reale per oggetti che esistono solo nel cyberspazio”.

In India presto al parlamento sarà presentato un progetto di legge che propone il divieto delle criptovalute private. “Uno dei motivi è perché crede che le criptovalute finanzino attività illegali.”

Altri paesi che si sono mossi nella stessa direzione come Nigeria, Bolivia, Ecuador, Algeria, Nepal, Corea del Sud, Qatar, Egitto e Bangladesh.

Il 7 maggio, il governatore della Banca d’Inghilterra Andrew Bailey ha avvertito che le criptovalute “non hanno valore intrinseco”. E ha aggiunto: “Lo dirò di nuovo in modo molto schietto: comprali solo se sei pronto a perdere tutti i tuoi soldi”.

I commenti di Bailey hanno fatto eco a un avvertimento simile della Financial Conduct Authority del Regno Unito dell’11 gennaio 2021.

Secondo Bloomberg fra il 19 e il 20 maggio 775.000 traders retail operanti a leva sulle cripto hanno visto chiudersi i propri accounts per margin call non soddisfatto ovvero avevano acquistato a leva ovvero indebitandosi e con la discesa hanno perso tutto.

La Cina la settimana scorsa ha lanciato un pesante monito contro le criptovalute invitando i suoi cittadini a starne alla larga anche perché la sovranità monetaria non è cosa di poco conto e sta attivamente sostenendo la sua criptovaluta: il renminbi o yuan digitale, presentato anche come “Digital Currency Electronic Payment”.

La Cina ha annunciato, inoltre, nei giorni scorsi che proibirà alle istituzioni finanziarie di offrire servizi legati alle criptovalute e rafforzerà le normative sul “mining” e sullo scambio di Bitcoin.

Perciò le istituzioni cinesi responsabili della vigilanza delle banche e dell’industria dei pagamenti hanno invitato chi opera nella finanza del paese a non effettuare operazioni con altre criptovalute, inclusi il trading e la conversione di valute fiat in monete digitali.

Controllare la valuta è vitale per uno Stato (anche per motivi fiscali, controllo dell’evasione e di ordine pubblico) e i cinesi hanno iniziato a capire già da qualche tempo che il giochino non è più molto tollerabile al di là della bolla evidente delle quotazioni che rischia di avere conseguenze anche sociali sempre più importanti.

La stessa Agenzia delle Entrate Usa è scesa la scorsa settimana in campo pubblicando un documento in cui chiede che vengano dichiarate le transazioni sopra i 10 mila dollari e lanciando un alert perché: “le criptomonete favoriscono le attività illegali e l’evasione fiscale”.

Quanto è successo circa una decina di giorni fa negli Stati Uniti dove Colonial Pipeline, uno dei più grandi e importanti oleodotti degli Stati Uniti, ha dovuto autorizzare il pagamento di un riscatto di 4,4 milioni di dollari per permettere la ripresa delle attività, bloccate a causa dell’attacco informatico (“ransomware”) compiuto il 7 maggio, potrebbe essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

 

Il ransomware è un software malevolo installato dagli hacker che blocca alcuni dati, che possono essere sbloccati solo con il pagamento di un riscatto (in inglese ransom) e sempre più aziende in tutto il mondo (Italia compresa) ne sono colpite (e fra qualche settimana ne parleremo su RadioBorsa di questo e di reati informatici con una delle più preparate specialiste italiane).

Il mese scorso, la Task Force sul ransomware organizzata dall’Istituto per la sicurezza e la tecnologia (IST) Usa in collaborazione in collaborazione con un’ampia coalizione di esperti dell’industria, del governo, delle forze dell’ordine, della società civile e delle organizzazioni internazionali ha pubblicato un rapporto dal titolo “Lotta contro ransomware”. Il rapporto ha rilevato che nel 2020 quasi 2.400 governi, strutture sanitarie e scuole con sede negli Stati Uniti sono stati vittime di attacchi informatici, per un costo totale stimato di 350 milioni di dollari, in aumento del 311% rispetto all’anno precedente.

Il riepilogo esecutivo del rapporto elencava cinque “raccomandazioni prioritarie”.

I primi quattro chiedevano una campagna internazionale coordinata guidata dagli Stati Uniti per fermare gli attacchi informatici. La quinta raccomandazione era: “Il settore delle criptovalute che consente la criminalità ransomware dovrebbe essere regolamentato più strettamente. I governi dovrebbero richiedere che gli scambi di criptovaluta, i chioschi di criptovaluta e i “desk” di trading over-the-counter (OTC) rispettino le leggi esistenti, tra cui Know Your Customer (KYC), Anti-Money Laundering (AML) e Combatting Financing of Terrorism ( CFT)“.

Per chi ha visto su Netflix la serie Narcos dedicata alla lotta delle autorità colombiane e della DEA contro il narcotrafficante Pablo Escobar e il cartello di Medellín, tutto quanto sta accadendo sulle criptovalute potrebbe essere un déjà vu.

Ma di questo parleremo magari un’altra volta.