“FARESTE INVESTIRE I VOSTRI SOLDI A UNO SCIMPANZÉ”?

‘Ma gli scimpanzé sognano la pensione? Come diventare molto ricchi (o almeno essere felici)’ è il libro scritto da Jacob Burak che è stato uno dei più clamorosi successi editoriali israeliani degli ultimi anni (ora edito in Italia da Mondadori).

Sessantuno anni, figlio di sopravvissuti allo sterminio nazista, è diventato uno degli uomini più ricchi d’Israele grazie agli investimenti azzeccati del fondo di investimento Evergreen, con sede a Tel Aviv. «Per 11 anni ne sono stato coinvolto totalmente nella gestione e il fondo ha avuto un tasso di rendimento superiore al 19% composto l’anno. Quattro anni fa, nel 2006, ho dato la gestione a dei giovani partner. Come gli sportivi migliori anche fra gli investitori i più bravi sono i più disciplinati. Per questo l’età anagrafica conta poco».

Per raccontare che ruolo hanno le emozioni negli affari ha scritto questo saggio che spiega come la maggior parte dei risparmiatori istintivamente nelle faccende economiche (e non solo) gestisce il rischio e la paura come ha appreso per trasmissione genetica dai nostri antenati scimpanzé.

Diversi studi sull’argomento (come quello di Burton G. Malkiel, professore di economia della Princeton University) hanno mostrato come spesso panieri di titoli selezionati con un metodo casuale (per esempio, da una scimmia che tira a caso delle freccette sulla pagina di un listino) sono in grado di battere i portafogli elaborati dalla maggior parte dei gestori. Un paradosso utile per comprendere che non esiste nessun ‘mago’ in questo settore e che seguire attentamente i propri risparmi, senza fidarsi ciecamente di nessuno, è la prima regola da seguire. Ma Burak usa la metafora dello scimpanzé per ricordare come le ricerche sul genoma umano e sul Dna hanno svelato come fra uomini e scimmie la differenza è piccolissima. Il 98,76% dei geni sono identici. Solo l’1,24% ci distingue dagli scimpanzé. Una piccola ma grandissima differenza. Che può diventare enorme se si usa bene il cervello, non affidandosi troppo alle emozioni e agli istinti ‘primordiali’. Che spesso possono portarci fuori rotta come spiega Burak che consiglia in questo libro come migliorare la propria esistenza (non solo economica) secondo la sua esperienza e conoscenza a cavallo fra l’etologia e la finanza comportamentale, la psicologia e la saggezza ebraica.

Lo abbiamo intervistato ed ecco cosa ha risposto alle nostre domande.

Lei ha dichiarato che troppe informazioni finanziari e distruggono i nostri investimenti, perché?

«Lo dimostrano le ricerche scientifiche. Paul Andreassen, psicologo del Mit, ha diviso un gruppo di studenti in economia, tutti con buona esperienza di Borsa, in due gruppi. Il primo poteva vedere solo la variazione di prezzo delle azioni. Il secondo era esposto a un flusso continuo di informazioni e commenti finanziari che spiegavano nel dettaglio le fluttuazioni di mercato. Risultato: il primo gruppo ha fatto investimenti migliori, perché non era distratto. Morale: la sovraesposizione alle informazioni crea una mancanza di attenzione. Invece di focalizzarsi sulla variabile più importante, che è la variazione del prezzo di un’azione, il gruppo che poteva leggere tutte le notizie agiva e si muoveva seguendo pettegolezzi e gossip. E, muovendosi troppo, sbagliava».

L’eccessivo attivismo quindi fa male ai nostri investimenti?
«Sì. La Borsa punisce chi fa troppa attività. Più precisamente: l’attività eccessiva è il modo più sicuro per danneggiare i risultati. Dietro a questo comportamento c’è un’eccessiva sicurezza in se stessi e un eccessivo ottimismo. Il fenomeno, noto come l’illusione della conoscenza, è basato sulla credenza errata che la fondatezza di una previsione o di una strategia aumenta in proporzione diretta alla quantità di informazioni disponibili. Così i membri del gruppo che potevano disporre di più informazioni erano più attivi: consultavano più fonti, compravano e vendevano in continuazione, e sbagliavano di più».

Quante volte dovremmo guardare il nostro portafoglio titoli?
«Se lo guardassimo una volta l’anno, in vent’anni, noteremmo spesso che avremmo guadagnato 19 volte su 20. Ma nessuno fa cosi. C’è chi controlla il proprio portafoglio tutte le ore, tutti i giorni. Il che determina una reazione sbagliata. Perché quando consideriamo un fenomeno con una frequenza troppo elevata in realtà non stiamo analizzando il fenomeno, ma le sue variazioni. E dal punto di vista emozionale non abbiamo gli strumenti per comprendere la differenza tra le ‘bufale’ e le informazioni rilevanti. Chi è in grado di gestirsi, potrebbe occuparsi di Borsa anche una sola volta al mese o ancora meglio un anno. Al contrario si corre il rischio di esporre il cervello a pressioni croniche e sentimenti negativi che determinano danni irreversibili al proprio patrimonio».

Quindi l’homo economicus si è estinto?
«Non penso. Credo che sia ancora vero che gli individui cercano di ottenere il massimo dei risultati con il minimo dello sforzo. E gli investitori sembrano tutti accomunati dall’avversione al rischio. Ma è anche vero che moltissimi investitori sembrano sensibilissimi alle piccole perdite, ma sono indifferenti a piccole percentuali di perdite enormi. Insomma, gli esseri umani non sono razionali: sono emotivi e fragili. Spesso poi le donne sono investitori migliori degli uomini, perché meno sicure di sé. Ma non dobbiamo dimenticare che se tutti si comportassero in modo razionale, il mercato si fermerebbe».

Perché?
«Per ogni venditore che crede di vendere alto, c’è un compratore che è convinto di comprare basso. Ed entrambi pensano che sia un affare».

Lei farebbe gestire i suoi soldi a qualcun altro?
«No. Io gestisco i miei soldi per conto mio. Perché non approvo la strategia a breve termine che viene seguita dalla maggior parte dei gestori. I profitti nella borsa sono influenzati soprattutto dalle decisioni di asset allocation (ovvero che peso dare, per esempio, all’investimento in azioni, obbligazioni, valute o materie prime nel proprio patrimonio) molto più del comprare e vendere i singoli titoli».

Lei ha detto che le grandi decisioni devono essere sempre prese da uno solo. E’ per la rottamazione dei ‘comitati d’investimento’. Perché?
«Le decisioni di un investimento dovrebbero essere di responsabilità di una sola persona, aiutata e sopportata certo da altri per l’analisi delle informazioni. I manager che decidono in gruppo gli investimenti sono destinati al disastro, a causa del fattore di responsabilità condivisa. La tendenza degli individui è quella di sottrarsi ad azioni concrete e a responsabilità che in seguito potrebbe imbarazzarli. Il lavoro di gruppo è faticoso. Non tutti vogliono condividere le conoscenze e i talenti. Non solo. Pochi hanno il coraggio di andare controcorrente: hanno paura che se deviano dal consenso in un futuro ne avranno uno svantaggio».

E’ vero che ci vogliono 10 anni di pratica per eccellere in qualsiasi campo?
«Sì. Lo ha dimostrato Herbert Simon, vincitore del premio Nobel per l’economia. Dieci anni di training intensivo permettono di eccellere in qualsiasi campo, dalla musica allo sport, all’imprenditoria. La regola dei 10 anni è conosciuta anche come regola delle 10 mila ore: applicandosi per tre ore al giorno, per 10 anni, si raggiungono buoni risultati. Imprenditori molto ambiziosi dovrebbero tenere presente che hanno bisogno di tempo per eccellere in quello che fanno.

Gli studi che lei ha fatto, hanno poi influenzato la sua strategia d’investimento?
«Certamente. Il mio orizzonte di investimento si è esteso. Mi sono concentrato di meno sul comprare e vendere. Ho preferito titoli da tenere soprattutto nel cassetto. E ho diminuito tantissimo il mio bisogno di informazioni».

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