Rischio cambio fondi e ETF, ovvero quando il vero rischio è… coprirsi dal rischio

Copertura rischio cambio per molti significa investire in valute diverse dalla propria eliminando la possibilità di rimetterci. Le cose però non stanno così: in 5 anni si rischia di perdere fino al 20 per cento del capitale

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Rischio di cambio: si chiama così perché è percepito e vissuto dagli investitori esattamente in questo modo, come un rischio.

Se vivo in Europa e uso gli euro ma investo in strumenti finanziari in valuta diversa dalla mia, la variazione del rapporto tra il valore delle due valute potrebbe tagliarmi via una fettina del mio valore iniziale. Rischio cambio, appunto. Potrebbe, oppure no. Perché, come vedremo, bisogna considerare anche il rischio cambio in senso contrario, ovvero quando il vero rischio è… coprirsi dal rischio.

Mettiamo il caso che io voglia fare un viaggio negli Stati Uniti. Prendo i miei euro (un bel po’, perché l’America costa cara) vado in banca o da un cambiavalute autorizzato e compro dei dollari da utilizzare quando sarò arrivato. “Ho 500 euro – per esempio – quanti dollari mi dà?”, chiedo, ignorando per il momento il rischio cambio.
Il funzionario picchietta qualcosa di misterioso sulla tastiera del suo computer, et voilà: in cambio dei miei 500 euro ricevo “circa” 535 dollari. Cioè devo pagare uno virgola qualcosa euro per ogni dollaro che voglio avere. Magia? Moltiplicazione dei pani e dei dollari? Ma perché “circa”? Che abbia qualcosa a che fare col rischio di cambio?

 

 

Come proteggersi dal rischio cambio

 

Nessuna magia. Il tasso di cambio tra due valute esprime e sintetizza il rapporto tra le economie di due aree diverse. A volte una delle due va meglio, altre volte è in affanno o in crisi, e il cambio lo rileva. Questo significa (ed ecco spiegato il “circa”) che il cambio varia continuamente, non ogni settimana o ogni giorno, ma ogni secondo. Solitamente all’interno di tendenze pluriennali (il rapporto tra due economie ci mette un po’ a modificarsi…). Da qui il rischio cambio. Quindi è necessario capire come evitare di essere sorpresi da queste oscillazioni, cioè come proteggersi dal rischio cambio.

Per sapere quanti euro ci vogliono per comprare dollari o quanti dollari servono per acquistare yen, bisogna affidarsi ai tassi indicati dai singoli intermediari, che a loro volta si affidano al circuito di scambio non regolamentato utilizzato da migliaia di banche e istituti finanziari i tutto il mondo noto come Forex. Come proteggersi dal rischio cambio, insomma, non ve lo insegnano gli intermediari, perché sono loro che lo gestiscono.

 

 

Rischio cambio euro dollaro anche su fondi ed ETF

 

Il rischio cambio non esiste però solo sui contanti del nostro esempio. Esiste infatti un rischio cambio euro dollaro anche su fondi ed ETF. Infatti, questi strumenti d’investimento, come i derivati, possono loro volta replicare o incorporare l’andamento di altri strumenti quotati in una valuta diversa da quella dell’investitore. Appunto, per esempio, in dollari rispetto ai nostri euro. Incorporando a tutti gli effetti un rischio cambio euro dollaro.

Proseguendo con l’esempio, una volta acquistati dei dollari con i miei euro, al mio ritorno dalla vacanza potrei ritrovarmi con dei dollari non spesi. Che farmene? Torno a scambiarli con gli euro, cioè rivendo i dollari. Ma se il tasso di cambio è sceso, ipotizziamo da 1,07 a 1,05, avrò meno euro di quando li ho comprati. Cioè, per i miei 535 dollari avrò adesso non i 500 euro iniziali ma soltanto 509,5. E ciò succede non solo con i contanti, ma con tutti gli strumenti finanziari espressi in valuta diversa dalla mia.

C’è un rischio cambio euro dollaro anche su fondi ed ETF o sui derivati, perché nell’acquistare e poi vendere un fondo o un ETF quotato in dollari Usa si potrebbe incappare nello stesso rischio cambio, che in questo caso sarebbe un rischio cambio euro dollaro, a meno di non attivare in qualche modo una copertura rischio cambio euro dollaro.

Sorge però un dubbio: qualcuno non mi ha forse detto che in finanza un rischio per me può essere un’opportunità per qualcun altro, e viceversa?

 

 

L’hedging valuta può essere un chiodo all’interno DELLA botte?

 

A questo punto entra in scena l’hedging valutario. Vediamo di cosa si tratta. Se la scena descritta nel paragrafo precedente fosse accaduta cinque anni fa, frugando in qualche vecchia valigia potremmo oggi trovare la ricevuta della banca con il tasso applicato all’acquisto di dollari effettuato allora. Cosa scopriremmo? Che il tasso di cambio applicato cinque anni fa che non è molto diverso da quello attuale: 1,07. Con 500 euro avevamo ottenuto in cambio 535 dollari USA. Gli stessi all’incirca che otterremmo oggi.

Sul mercato vi sono fondi d’investimento ed ETF in valuta diversa dall’euro che comportano un rischio di cambio. Ma vi sono anche fondi d’investimento ed ETF di classe AH, cioè “a valuta coperta” o “hedgiati” (da hedged in inglese “coperto”). Questi ultimi incorporano una protezione che rende immuni le performance dal rischio cambio. Che sembra quindi essere la scelta giusta per chi vuole sentirsi al sicuro, in una botte di ferro. Ma l’hedging valuta può essere un chiodo all’interno della botte?

 

 

La guida per investire con gli ETF La guida per investire con gli ETF

 

 

ETF e fondi in valuta estera “coperti”, un esempio illuminante

 

Sul mercato ci sono moltissimi ETF e fondi in valuta estera. Ripercorrendo graficamente quest’ultimo lustro, vediamo che il rapporto di cambio tra euro e dollaro è oscillato da 1,06 a 1,25. Chi cinque anni fa avesse protetto dal cambio tutta la sua posizione di investimenti internazionali in dollari selezionando fondi o ETF a valuta coperta (cioè “sterilizzato” rispetto alla valuta”) oggi si ritroverebbe a parità di strumento con un capitale inferiore mediamente del -20%.

E questo nonostante il rapporto di cambio nel periodo sia rimasto da punto a punto sempre allo stesso livello. Vi sono molti di questi strumenti che hanno queste caratteristiche. Per esempio, ETF Giappone con copertura cambio e ETF oro con copertura cambio.

Considerando quindi ETF e fondi in valuta estera “coperti”, un esempio illuminante è dato dal fondo d’investimento in dollari MSIF Global Brands  un fondo azionario che investe sulle azioni di tutto il mondo.  Nel grafico si vede bene la differenza di andamento tra le due versioni, con copertura per il rischio di cambio contro il dollaro oppure senza. I due fondi sono della stessa società di gestione, hanno la stessa classe A e le stesse commissioni di gestione annuali. Il risultato evidenzia la riduzione del capitale di partenza di quasi 20 punti percentuali per chi in cinque anni avesse scelto la protezione da rischio cambio.

 

Copertura rischio cambio confronto MSIF Global Brands A EUR e AH EUR

 

Lo stesso effetto si può vedere su due ETC sull’oro a 5 anni. Quello con classe coperta ha offerto un rendimento complessivo inferiore di circa 20 punti percentuali, pari a circa il 2,5% in meno all’anno. ETF e fondi in valuta estera “coperti” possono essere davvero una bella martellata sulle dita…

 

ETF E FONDI E copertura rischio cambio, SUL DOLLARO USA SE L’ORIZZONTE TEMPORALE E’ LUNGO NON PAGA QUASI MAI

 

Insomma, una copertura valutaria ETF o fondi, se in dollari, spesso non dà i risultati sperati. Per quanto spesso sbandierata da molti consulenti finanziari che la consigliano. E sugli ETF, copertura rischio cambio non dà risultati eccezionali nemmeno in termini di volatilità, visto che in molti casi è inferiore per gli strumenti “aperti”. Anche perché, nel caso del dollaro USA, in caso di crisi la diversificazione valutaria nel biglietto verde paga e riduce il rischio.

La copertura valutaria su ETF, fondi e altri strumenti può costare (e non poco come si vede), in quanto oltre alle commissioni applicate si aggiungono le differenze tra i tassi di interesse delle due economie di riferimento, ad esempio quella europea e statunitense. Se quindi per molti la copertura è uno strumento utile, non lo è per tutti né in tutte le situazioni. Confermando così l’assunto che in finanza non c’è nulla di assolutamente positivo o negativo.

Anche per gli ETF, copertura rischio cambio né “buona” né “cattiva” di per sé: per ogni investimento devono essere valutati congiuntamente strumenti utilizzati e fase di mercato, oltre a profilo di rischio e obiettivi di ogni singolo investitore. Può accadere che per gli ETF, la copertura rischio cambio possa essere più costosa del rischio cambio stesso.

 

 

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Alla ricerca di strumenti di copertura rischio cambio

 

La diversificazione valutaria ha un suo perché per un investitore italiano ed europeo, soprattutto se prendiamo in considerazione valute forti (hard currency)  come il dollaro USA. È quindi per questa ragione nei nostri portafogli come SoldiExpert SCF tendiamo a non coprire massicciamente il rischio dollaro attraverso strumenti di copertura rischio cambio. Malgrado molti siano sempre affannosamente alla ricerca strumenti di copertura rischio cambio.

Nel lungo periodo la pratica di utilizzare strumenti di copertura rischio cambio può però costare cara, molto caare. E non apportare grandi vantaggi, ma anzi al contrario peggiorare ulteriormente il rapporto rischio/rendimento. Per esempio, sull’azionario, che è per sua natura un investimento di medio-lungo termine, non ha molto senso. Il rischio cambio può diventare un’opportunità. Come, al contrario, la copertura del rischio può trasformarsi in una perdita.

 

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