QUANDO IL SENSO DI COLPA UCCIDE IL CONSULENTE

La tragedia si consuma tra il 24 e il 25 dicembre del 2012 quando il bancario Gabriele Adriotto di Rovigo si getta nel fiume Po o almeno così viene creduto. Lascia una moglie e una figlia. La sua sembra una vita perfetta, un lavoro sicuro, un rapporto coniugale solido e una figlia molto amata.

Adriotto viene ritrovato dopo sette mesi dai carabinieri in un trullo a Lecce dove vive come un’eremita. In pratica aveva inscenato il suicidio dopo che un collega si era accorto che nei rendiconti dei suoi clienti c’erano dei movimenti strani. E quella si scopre poi, non è l’unica nota stonata nella sua vita che sembra perfetta. E come tutte le vite reali perfetta non è: né in famiglia (si scopre che Adriotto ha un’amante) né sul lavoro (dove il bancario per occultare le perdite subite dai suoi clienti inizia a manipolare i rendiconti).

La storia del vero bancario di Rovigo fintosi suicida è finita ora in un libro, “La vita che mi aspetta” scritto dal giornalista del Corriere del Veneto Andrea Priante (Fernandel Editore).

Leggo questa vicenda in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera mentre sono in vacanza a Zanzibar, il posto più lontano che uno possa immaginare rispetto al mondo della finanza e degli investimenti, dove ancora i carichi pesanti si spostano con i buoi e le donne trasportano ceste di legna o qualsiasi altra cosa sulla testa. In questo mondo “antico”, la storia di Adriotto, il bancario di Rovigo, mi riporta prepotentemente al mio lavoro di consulente finanziario. Indipendente ci tengo a precisarlo, nel vero senso del termine, tanto che nel mio caso la separazione tra la parte consulenza sugli investimenti (che faccio) e la parte collocamento di prodotti finanziari (che non faccio) è netta.

10 anni posson bastare?

Il Corriere della Sera parla raccontando la vicenda del bancario di Rovigo che inscena il suicidio di “dieci anni di operazioni bancarie a dir poco strane, di trasferimenti di denaro e di redistribuzione di fondi da uno all’altro dei suoi clienti”. Per dieci anni (dieci!) Adriotto riesce a fornire ai suoi clienti false rendicontazioni. Mi chiedo come sia possibile che in una banca servano dieci anni perché qualcuno riesca a rendersi conto che qualcosa non torna. Mi chiedo come si riescano a ingannare i clienti per così tanto tempo (uno non riceve gli estratti conto a casa?).

Adriotto dirà, dopo che lo scoprono, che li inganna a fin di bene: sta cercando di far recuperare ai clienti le perdite che hanno subito dopo consigli di investimento rovinosi.

 

 

La tragica parabola di Adriotto (che ricorda una vicenda che abbiamo raccontato in passato) mi fa riflettere ancora una volta sulla delicatezza del nostro lavoro, anche se sono in vacanza e a 6000 chilometri dall’ufficio. Ingannare e truccare i conti per uno che come me fa il consulente indipendente è praticamente impossibile: il cliente riceve comunque la rendicontazione dal consulente e quella dalla banca. E le può confrontare tra loro. Ma il senso di colpa, di far perdere o non far guadagnare abbastanza i propri clienti, quello perseguita tutti i consulenti, indipendenti o non.

Un lavoro duro quello del consulente finanziario, soprattutto dal punto di vista psicologico. Quando facili entusiasmi rischiano di contagiare i clienti per l’ultimo ritrovato dell’industria finanziaria e tu consulente li devi frenare quando magari quello che gli stai consigliando, assai più tranquillo, non sta dando quei rendimenti che tutti vorremmo avere.

Un mestiere che richiede di tenere sempre la barra dritta, anche quando il cliente scalpita per ottenere rendimenti anche in contesti estremamente avari di opportunità e ti fa passare per incapace o genio nel giro spesso di pochissimo tempo se non ottiene quello che vuole.

Il problema è che non esistono prodotti o strategie capaci in ogni mercato di generare profitti e il tempo non è una variabile da trascurare.

Per chi fa consulenza il tempo è una dimensione lunga, noi consulenti finanziari parliamo di orizzonte temporale, per chi riceve la consulenza, il tempo è una clessidra che si svuota presto.

Chi fa questo mestiere seriamente parla al proprio cliente di rendimenti ma anche di rischi e cerca di restare (e farlo restare) sempre con i piedi per terra.

Fare il consulente finanziario è un lavoro che richiede una grande dose di equilibrio. Di pazienza e schiena diritta. E di self control perché capita spesso che i tuoi conoscenti che negli ultimi 5 anni non ti hanno mai chiesto consigli su come pianificare il proprio futuro, improvvisamente si ricordano del mestiere che fai e ti chiedono delle criptovalute più astruse e di come metterci dei soldi sopra e a te cadono le braccia. E devi fare il pompiere per far capire che rischiano di cavalcare l’ennesima bolla. Se si vogliono ottenere risultati immediati e in tempi brevissimi, il rischio di perdere tantissimo è molto forte. E spiace vedere facce deluse negli occhi dei conoscenti perché gli hai rotto il giochino tra le mani.

La storia del banchiere di Adria che inscenò il suicidio per sottrarsi alle responsabilità di aver taroccato i conti dei clienti per mascherare le forti perdite in Borsa (complice nel caso di Adriotto il crollo in Borsa dopo l’attentato alle Torri Gemelle) colpisce e sembra quasi la sceneggiatura di un film.

Ma non è una storia così lontana nel tempo perché ancora in questi mesi abbiamo letto sul bollettino della Consob di promotori finanziari sospesi o radiati perché alteravano i rendiconti dei clienti.

Ora Adriotto si è rifatto una vita e lavora come impiegato per una Pubblica Assistenza e si occupa di volontariato. Non ha subito condanne penali perché non ha ricavato alcun profitto al tempo dai quei maneggi contabili.

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