Aumento capitale Saipem, Caporetto per i risparmiatori

Un aumento di capitale chiuso in modo così disastroso era molto tempo che non lo si registrava a Piazza Affari. E a portare a casa questa maglia nera non è stato un titolino ma Saipem, acronimo di “Società Azionaria Italiana Perforazioni E Montaggi”. Società del gruppo ENI specializzata nella realizzazione di infrastrutture riguardanti la ricerca di giacimenti di idrocarburi, la perforazione e la messa in produzione di pozzi petroliferi e la costruzione di oleodotti e gasdotti.

Per chiudere l’aumento di capitale si è dovuto ricorrere ai tempi supplementari mettendo all’asta i diritti inoptati su una fetta consistente del capitale (il 12,2%); molti azionisti di Saipem hanno preferito rinunciare ad aderire piuttosto che mettere mano al portafoglio con il prezzo del titolo in Borsa che è sceso al di sotto del prezzo di sottoscrizione delle nuove azioni.

Come dire che la capitalizzazione di borsa di Saipem che nel 2012 era superiore ai 18 miliardi di euro è stata completamente azzerata.

Nei prossimi giorni si conoscerà chi sono i nuovi soci che con poche migliaia di euro hanno acquisito tramite l’aggiudicazione dei diritti un opzione per sottoscrivere l’aumento e rilevare una quota 12,2% di Saipem. Una buona notizia ora soprattutto per un bel drappello di banche internazionali che facevano parte del consorzio di garanzia (Goldman Sachs, J.P. Morgan, Banca Imi, Citigroup, Deutsche Bank, Mediobanca, UniCredit, Hsbc, Bnp Paribas, Abn Amro e Dnb Markets) e che rischiavano altrimenti di dover aprire il portafoglio.

E dalle ultime comunicazioni alla Consob è emerso intanto che alcuni degli hedge fund (Susquehanna International Holdings , Jane Street Group e Marshall Wace) che avevano scommesso pesantemente al ribasso su Saipem hanno ricoperto le posizioni. Un’operazione da manuale.

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Non così si può dire che è andata alle decine di migliaia di piccoli risparmiatori che detenevano azioni Saipem .
E pensare che Saipem fino a qualche anno era considerata un gioiellino e un titolo azionario da buon padre di famiglia da inserire tranquilli e fiduciosi nel proprio giardinetto titoli. Nel decennio 1998-2008 il titolo Saipem si era rivelata una delle migliori blue chip di Piazza Affari con un rendimento medio annuo del 24%. Un vero titolo da cassettista che aveva conquistato legioni di piccoli risparmiatori e i fanatici del “compra e tieni”.

Poi l’inizio di un crollo senza fine che ha preso l’avvio con uno scandalo scoppiato nel 2012 che ha travolto gli ex vertici di Saipem per una storia di presunte tangenti (il processo è ancora in corso) di circa 200 milioni di dollari versate a faccendieri algerini per garantirsi appalti da circa 9 miliardi di euro.

E’ iniziato così il calvario degli azionisti che hanno assistito poi a profit warning continui (ovvero risultati economici inferiori a quanto comunicato) mentre il debito societario montava. Il settore di riferimento in crisi a causa dell’andamento fortemente negativo del prezzo del petrolio si traduceva poi in un crollo del portafoglio ordini di Saipem per effetto del taglio degli investimenti da parte delle società petrolifere. E siccome le disgrazie non vengono mai sole sono arrivati la scorsa estate pure i russi di Gazprom a dare un’altra mazzata al titolo con la decisione di cancellare il contratto con la Saipem per la prima linea del gasdotto South Stream Transport. Una tempesta senza fine.

Per l’azionista di maggioranza Eni una brutta gatta da pelare e la decisione strategica di fare un passo indietro e ridimensionare la propria partecipazione anche al fine di deconsolidare il debito.

Un debito complessivo di oltre 6 miliardi di euro che Saipem ha contratto soprattutto con l’Eni. Come uscirne? Con un aumento di capitale da 3,5 miliardi di euro deciso questo autunno che ha avuto l’effetto di massacrare il titolo nonostante l’ingresso con il 12,5% nel capitale della Cassa depositi e prestiti, attraverso il suo braccio operativo, il Fondo Strategico Italiano. Non proprio un brillante esordio per la prima operazione ufficiale sotto la gestione del presidente Claudio Costamagna e dall’ad Fabio Gallia per quanto nel settore delle trivellazioni il Fondo Strategico Italiano è già al secondo tentativo. Nell’ottobre 2014 aveva fatto l’ingresso con quota del 17% nell’aumento di capitale di Trevi Finanziaria e successivamente la società aveva visto crollare le quotazioni.

Per i piccoli azionisti Saipem una vera e propria strage con il titolo crollato del 60% in un mese (-70% a un anno e -93% a 4 anni) e anche per il Fondo Strategico Italiano nel breve la scelta non si può dire che si è rivelata molto tattica (-65% in tre mesi e mezzo) visto che rispetto al prezzo di sottoscrizione negoziato lo scorso mese di novembre la minusvalenza teorica è già superiore ai 300 milioni di euro.

Per Stefano Cao, amministratore delegato di Saipem, la chiusura dell’aumento di capitale non segna certo la fine della guerra ma solo di un’altra battaglia. Le agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s hanno messo sotto osservazione il debito di Saipem e un taglio di rating costringerebbe la società a rifare i conti sul costo del finanziamento da 4,7 miliardi di euro e sulle garanzie con le banche. E anche in caso di mancato recupero delle quotazioni del greggio rispetto ai livelli attuali il piano industriale andrebbe aggiornato e rivisto al ribasso.

E pensare che a ottobre la società Saipem aveva presentato il nuovo logo in cui non compariva più il nome dell’Eni né il cane a sei zampe. A rimarcare aveva affermato l’ad Stefano Cao, “l’inizio di una nuova Saipem”.

Il testo di questo articolo è stato anche pubblicato (vedi qui) in un articolo de “Il Fatto Quotidiano” il 17 febbraio 2016.

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