Secondo il Global Wealth Report 2025 di UBS, la ricchezza media per adulto nel nostro Paese si aggira intorno ai 220.000 dollari, che al cambio attuale equivalgono a poco meno di 200.000 euro (circa 187.000). Un dato che potrebbe far pensare a una diffusione piuttosto ampia di patrimoni di questa entità. Ma attenzione: la media non rappresenta la realtà tipica.
La ricchezza mediana — decisamente più indicativa — si colloca infatti intorno ai 93.000–102.000 euro. Ed è qui che emerge il vero punto: una media elevata è spesso il risultato della forte concentrazione dei patrimoni più grandi, mentre la mediana fotografa molto meglio “l’italiano medio”.
Non a caso, leggendo questi numeri viene spontaneo pensare al celebre sonetto del Trilussa sul pollo:
“Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due”.
Quando Trilussa scriveva questi versi, a fine Ottocento, il pollo era ancora un lusso. Oggi i numeri sono cambiati, ma il senso resta attuale: le statistiche possono raccontare una realtà solo apparente.
Eppure, che in Italia esista una ricchezza privata significativa è indiscutibile, anche se sempre più polarizzata tra aree geografiche, generazioni e categorie professionali. Una ricchezza “a più velocità”: c’è chi continua ad accumulare e chi, invece, sta progressivamente decumulando. Spesso, la differenza la fa proprio il modo in cui quel patrimonio viene investito.
Come investono mediamente 200000 euro gli italiani?
Secondo i dati della Banca d’Italia pubblicati il 31 maggio 2024 nella Relazione annuale (con dati riferiti al 2023), la risposta è meno “finanziaria” di quanto si possa pensare.
La fotografia che emerge è quella di un Paese in cui il patrimonio è ancora fortemente concentrato negli immobili, che rappresentano la componente principale della ricchezza delle famiglie, mentre la parte finanziaria è dominata da strumenti a basso rischio e bassa remunerazione. In particolare, una quota molto rilevante resta parcheggiata in liquidità tra conti correnti e depositi, affiancata da investimenti in prodotti assicurativi e fondi, in crescita ma ancora lontani dai livelli di altri Paesi.
Tradotto in pratica: in Italia il risparmiatore si inserisce, spesso senza rendersene conto, in questo schema: la casa resta l’investimento dominante, mentre agli strumenti finanziari viene destinata una quota troppo ridotta.
Una parte consistente del patrimonio finisce nella casa (o è già immobilizzata lì), mentre il resto viene gestito con un approccio prudente, che privilegia sicurezza e semplicità rispetto a rendimento ed efficienza.
Ed è proprio qui che nasce il vero tema: seguire il comportamento medio degli italiani significa davvero fare la scelta migliore per un capitale come 200000 euro? Per capirlo, è utile guardare a un confronto internazionale sull’asset allocation del patrimonio.
Perché gli italiani investono meno nei mercati finanziari rispetto ad altri Paesi
Il Global Wealth Report 2025 di UBS (pubblicato a giugno 2025, con dati riferiti al 2024) evidenzia una differenza molto chiara tra Paesi: negli Stati Uniti oltre il 60% della ricchezza delle famiglie è investita in asset finanziari, mentre in Europa continentale — e in particolare in Italia — prevalgono gli immobili, che rappresentano la quota dominante del patrimonio. In alcuni Paesi del Nord Europa, come la Svezia, la quota finanziaria supera addirittura l’80%.
In Italia spesso si parte da una maggiore esposizione a immobili e liquidità: riequilibrare gradualmente verso strumenti finanziari può aiutare a migliorare l’efficienza del patrimonio.
Come si svalutano 200000 euro: il caso di Carlo
Fare il consulente finanziario significa entrare nelle vite delle persone con delicatezza. Molti clienti arrivano grazie al passaparola.
Carlo è un fotografo e arriva così:
“Parla con loro. Fidati.”
Da oltre dieci anni tiene una somma importante ferma sul conto.
Non perché non abbia mai pensato di investirla, ma perché non riesce a farlo.
Ha paura.
Quella vera, che ti immobilizza.
Lo dice subito:
“E se investendo i soldi li perdo?”
Per aiutarlo a iniziare, gli propongo una soluzione estremamente prudente: un portafoglio 100% titoli di Stato inflation linked a cinque anni.
È coerente con il suo profilo.
Ma Carlo non si sblocca.
Dopo settimane mi scrive:
“L’investimento è a capitale garantito?”
Gli spiego che alla scadenza sì, ma nel frattempo può oscillare. Anche al ribasso.
Si blocca di nuovo.
Ed è lì che diventa chiaro:
il problema non è l’investimento. È la paura.
Gli dico:
“Esiste sempre un rischio quando si investe. Anche non fare nulla è un rischio.”
Poi gli mostro un dato:
Dal 2015 al 2025 l’inflazione in Italia è stata circa del 22%. In pratica: circa 37.000 euro di potere d’acquisto persi.
In dieci anni Carlo ha perso oltre un quinto del suo potere d’acquisto.
Senza fare nulla.
200000 euro e l’effetto dell’inflazione
I 200000 euro di oggi non saranno gli stessi tra dieci anni.
In termini di potere d’acquisto, 200000 euro nel 2015 oggi valgono circa 163.000 euro.
Non perché siano stati investiti male.
Ma perché non sono stati investiti affatto.
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Dal 2015 al 2025, infatti, l’inflazione in Italia è stata intorno al 22%.
Questo significa che, senza fare nulla, oltre un quinto del valore reale del capitale viene eroso.
E il punto diventa ancora più evidente se si guarda al futuro.
Se l’inflazione dovesse mantenersi su livelli simili, nei prossimi dieci anni 200000 euro potrebbero trasformarsi in circa 130.000 euro reali.
Senza crisi.
Senza errori.
Senza mercati.
Solo con il tempo che passa.
Ed è qui che molti risparmiatori commettono un errore di prospettiva.
Il rischio che percepiscono è solo quello dei mercati finanziari.
Ma ignorano completamente il rischio invisibile: l’inflazione.
Perché la verità è semplice: non investire è già una scelta — ed è spesso la più costosa, anche se non si vede subito.
Questa dinamica ha anche un effetto più ampio, che va oltre il singolo risparmiatore.
Perché chi investe cresce: indagine sul risparmio 2025
L’Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2025 (Centro Einaudi–Intesa Sanpaolo, pubblicata a luglio 2025) mostra che le differenze di ricchezza non dipendono solo da quanto si guadagna, ma anche da come si investe.
Le famiglie più benestanti tendono a investire di più e a diversificare maggiormente, mentre quelle con redditi più bassi restano più liquide o non investono affatto.
Questo genera un effetto cumulativo: chi è esposto ai mercati beneficia della crescita nel tempo, chi lascia 200000 euro fermi sul conto subisce l’erosione dell’inflazione.
È anche per questo che negli ultimi anni la ricchezza media è cresciuta, ma la disuguaglianza è aumentata.
Non tutti partecipano allo stesso modo ai rendimenti degli investimenti.
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