Lo stop profit? No me gusta. Ecco perchè

Mentre le Borse e i mercati (e in particolare l’Europa e Piazza Affari) superano i massimi degli ultimi anni torniamo all’argomento aperto la scorsa settimana, rispondendo a una serie di quesiti ricorrenti riguardo il nostro modo di affrontare i mercati e movimentare le posizioni e le strategie sottostanti.

1) Perché non tenete gli stop più vicini e in caso di discesa si esce così più velocemente e si tagliano ancora maggiormente le perdite e si capitalizzano così anche più facilmente i guadagni?

L’idea dal punto di visto teorico non sembra male ma testata alla prova dei mercati non è purtroppo eccellente come sembra. Una premessa importante prima di tutto: la maggior parte delle nostre strategie sono basate su modelli di tipo quantitativo. Ovvero per decidere quando entrare e uscire dal mercato i fondamentali saranno magari importanti e in certi portafogli li guardiamo con maggior peso ma per decidere quando entrare e quando uscire non ci affidiamo “all’uomo Del Monte” e a criteri discrezionali. Tanti anni di esperienza reale sui mercati ci hanno insegnato a diffidare dei “guru” e anche di noi stessi e non ci piace fare gli “apprendisti stregoni” con i soldi degli altri.

Avere una strategia non significa per noi basarsi sull’intuito che può essere fallace e traditore anche se dietro di te (e lo dimostrano i mercati da molti anni) hai uno stuolo di analisti e economisti super pagati.

Con Salvatore in questi anni abbiamo quindi costruito in base all’esperienza delle strategie proprietarie che ci segnalano statisticamente i momenti più opportuni quando entrare e uscire. La parola “statisticamente” è molto importante da tenere a mente perché un metodo in Borsa è vincente non perché ha sempre ragione o guadagna sempre ma perché nel tempo la differenza fra guadagni e perdite è positiva e il “delta” come risultato è migliore dell’andamento del mercato.

E’ questo è l’approccio che abbiamo sposato: cercare nel tempo (che non è l’aldilà come raccontano dentro le banche i promotori e i private banker dopo 10 anni di risultati scarsi) di fare meglio del mercato non prendendo più rischi. Ma catturare le extra performance quando si presentano e tagliare le perdite.

E un approccio di tipo quantitativo ha un grande vantaggio. Che non è solo quello di dare sempre la bussola sul quando entrare o uscire su uno strumento che può essere un’azione, un fondo o un Etf. Consente anche di poter fare delle analisi molto approfondite sul comportamento passato in differenti tipi di mercato: il cosiddetto backtesting. Ovvero vendere come cambiando delle regole si sarebbe comportata la cosiddetta “equity line” ovvero la linea dei profitti.

Nel caso citato nella domanda “stringere i bulloni” ovvero avere fasce di stop loss più basse non porta nel tempo a un incremento dei profitti secondo i nostri test. Tutt’altro! E la cosa se ci si riflette non è così campata in aria. Immaginiamo che qualche settimana fa a maggio su tutti i portafogli avessimo liquidato le posizioni dopo i primi ribassi.

Immaginiamo che a -5% su ciascun titolo in portafoglio avessimo applicato uno stop (un po’ come ha fatto il Dottor G. di cui Le avevo parlato). Sarebbe stata una buona strategia? Se il mercato poi scendeva ininterrottamente per molti mesi probabilmente sì. Ma questo non si è verificato: tutt’altro. Dopo esser sceso il mercato anche più del 5% è tornato a salire e non solo a recuperato tutto il gap ma si è portato in diversi mercati (come a Piazza Affari) ai nuovi massimi.

E se noi fossimo usciti cosa sarebbe accaduto? Che con altissima probabilità ci saremmo persi poi tutta la risalita e il guadagno successivo e oggi ci morderemmo le mani. Perché purtroppo noi non conosciamo quello che succederà e non possiamo ex post dire che saremmo rientrati ai minimi… E se noi mettiamo uno stop loss stretto giocoforza nel breve periodo dobbiamo poi probabilmente accettare di rientrare più in alto di quando siamo usciti e questo significa perdere dei guadagni, non incrementarli.

In base alla nostra esperienza e test quindi avere degli stop troppo stretti incrementa in modo significativo il numero delle operazioni (e piace sicuramente molto al nostro broker) ma questo non ci fa migliorare i rendimenti nel tempo. E per questo non giudichiamo strategie troppo strette vincenti e redditizie per un investitore che guarda ai risultati.

2) Il trend dell’obbligazionario sembra poco buono come prospettive mentre quello azionario sembra migliore. Non avrebbe perciò più senso spostarsi maggiormente sull’azionario, magari di un 10 – 15 % al fine di cercare di cogliere i pronosticati migliori rendimenti di questo settore?

Oggi possiamo certo dire che il trend dell’azionario è molto più forte di quello del mercato obbligazionario. Ma se non vogliamo fare gli oracoli non possiamo dire fino a quando sarà così visto che fra qualche settimana, mese o anno la tendenza potrebbe anche cambiare repentinamente.

Noi siamo favorevoli a dare un certo peso all’azionario perché tranne che non si investa per domani o dopodomani siamo convinti che le opportunità di guadagno maggiori si possano realizzare investendo nelle imprese e non nel debito. E i risultati realizzati in questi anni dai nostri portafogli oltre che dai mercati lo dimostrano.

Ma è bene sempre ricordare che certe scelte di asset allocation ovvero che peso assegnare per esempio all’azionario o all’obbligazionario all’interno di un portafoglio vanno fatte con una certa lungimiranza. Quest’anno magari l’obbligazionario mi rende poco o nulla ma magari lo scorso anno mi ha reso il 9% e averlo può dare nel tempo un po’ più di stabilità al mio portafoglio complessivo come volatilità.

Quindi ok investire sull’azionario ma a patto non solo di guardare al rendimento prospettico atteso più elevato ma anche se si è in grado di sopportarne le maggiori perdite. Prima pensare allo scenario peggiore (-20% almeno), poi a quello migliore. Questo è il nostro consiglio basato sul buon senso.

Riguardo poi l’obbligazionario se si dispone per questa parte di patrimoni di un certo livello di capitale il nostro consiglio è poi quello di approcciarsi a questo mercato con 2 strategie differenti: un portafoglio di fondi o Etf per operare anche su temi non facilmente replicabili direttamente e con un approccio anche opportunistico e quantitativo e un portafoglio di obbligazioni dirette selezionate dal nostro Ufficio Studi. Per esempio attualmente una nostra selezione di obbligazioni con duration media inferiore ai 5 anni fra titoli a breve e a lungo con meccanismi di indicizzazione misti e quindi non solo a tasso fisso per essere così pronti nel caso di risalita dei tassi a ottenere rendimenti superiori ha un rendimento medio stimato netto intorno al 4-4,5% netto.

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