Perché i PIR vengono proposti come strumento per investire i risparmi? I Piani Individuali di Risparmio (PIR) sembrano un buon investimento sulla carta dal punto di vista fiscale ma ci sono altre cose da sapere prima di decidere se conviene sottoscriverne uno.
Cosa si intende per PIR prima di tutto? I piani individuali di risparmio sono la versione italiana di “contenitori fiscali” già esistenti in altri Paesi europei come gli ISA (Individual Saving Accounts) inglesi o i Plan d’Epargne francesi che hanno riscosso un grande successo. A fine 2025 il patrimonio dei fondi PIR-compliant è arrivato a pesare complessivamente 26 miliardi di euro, tra fondi PIR ordinari e alternativi.
Nonostante l’attrattiva fiscale, i flussi dei PIR negli ultimi anni sono stati altalenanti. Nel 2023, i deflussi dai PIR hanno raggiunto quasi 3 miliardi di euro, un trend che è proseguito anche nel 2024. Nel 2025 invece c’è stata una prima ripresa dei flussi verso questi tipo di prodotti di 2,1 miliardi e anche nel primo trimestre del 2026 la raccolta ha già superato gli 800 milioni.
Perché i PIR hanno deluso: costi, PMI italiane e alternative più efficienti
Le performance dei fondi PIR sono state spesso molto deludenti: gli elevati costi di gestione hanno eroso il vantaggio fiscale promesso, rendendo i risultati spesso inferiori al mercato di riferimento. Anche il declino del mercato delle PMI italiane ha giocato un ruolo importante, con performance borsistiche inferiori rispetto all’indice principale, il FTSE MIB.
In aggiunta, alcune modifiche legislative e l’aumento dei tassi di interesse hanno aggravato la situazione, rendendo i PIR meno appetibili come buoni investimenti rispetto ad altri strumenti di investimento.
PIR e agevolazioni fiscali: bastano a renderli un buon investimento?
I PIR sono strumenti di investimento lanciati in Italia nel 2017 con l’obiettivo dichiarato di indirizzare il risparmio verso le piccole e medie imprese italiane. Tra i vantaggi indicati da chi promuove i fondi PIR come un buon investimento vi è l’intento di stimolare l’economia nazionale.
Almeno il 70% del patrimonio di un piano individuale di risparmio è investito in azioni o in obbligazioni di aziende italiane quotate o europee con “stabile organizzazione” in Italia, con un limite alla concentrazione pari al 10% massimo su ogni titolo.
Di questo 70%, il 30% (quindi il 21% dell’investimento complessivo) deve essere composto da titoli di società non presenti nell’indice di Borsa Italiana FTSE MIB 40, ovvero società che fanno parte del Midex o dello STAR e perfino società non quotate. Un vincolo che ha lo scopo di far affluire il denaro anche su aziende medio-piccole, ad esempio quelle quotate all’AIM, il mercato di Borsa Italiana dedicato alle piccole e medie imprese.
Il sex appeal dei PIR? Soprattutto fiscale. Una “musica” per le orecchie di molti risparmiatori italiani che devono convivere con un sistema di tassazione fra i più complicati e astrusi del pianeta, con una pressione fiscale elevata, e che di fronte ai “benefici fiscali” sono più facilmente disposti a mettere la firma sulla linea tratteggiata, costi quel che costi.
Grazie ai piani individuali di risparmio (PIR) gli investitori possono ottenere una detassazione degli utili a determinate condizioni. In particolare, tra le tesi di chi propone i PIR come buon investimento vi è l’esenzione di proventi e utili dall’imposta del 26% in caso di capital gain. Sempre sul fronte fiscale il vantaggio dei PIR è che sono esenti dall’imposta di successione. Evviva. Ma…
Quali sono le regole d’ingaggio? Nei PIR (tradizionali perché nel 2021 sono stati lanciati anche quelli “alternativi”) possono investire le persone fisiche, con un massimo di 40 mila euro l’anno per cinque anni, per un totale complessivo massimo di 200 mila euro. Per usufruire del beneficio fiscale di non pagare le tasse sul capital gain, il risparmiatore deve rimanere investito sui PIR per almeno 5 anni: è un vincolo e uno svantaggio.
PIR: gli svantaggi da valutare prima di investire
I PIR sono quindi dei contenitori giuridici che possono assumere varie forme (fondi, conti titoli, gestioni patrimoniali, prodotti assicurativi tipo unit linked…) contenere diverse forme di prodotti finanziari (azioni, obbligazioni, ETF, depositi e conti correnti) purché vengano rispettate, nella composizione dei portafogli, le limitazioni previste dalla legge.
Ma al di là del vantaggio fiscale, i PIR sono un investimento veramente così furbo anche per i risparmiatori, oltre che per le società di gestione?
Tra gli svantaggi dei PIR secondo la Banca d’Italia, i costi. Nel sito l’economia per tutti, si spiega che i fondi PIR hanno costi mediamente più elevati rispetto ad altri prodotti che hanno caratteristiche simili. “Queste spese tendono a comprimere, e possono annullare, i vantaggi connessi al beneficio fiscale dei PIR” si legge sul sito dell’Istituto di Vigilanza.
Il limite dei PIR: poca flessibilità e diversificazione ridotta
Quando si decide di investire è bene considerare tutti i fattori, e non solo quelli positivi. E in particolar modo quando esistono dei vincoli temporali e si concentrano gli investimenti in un asset particolare e poco diversificato.
L’incentivo fiscale può essere giudicato interessante ma occorre capire il rischio che ci si assume visto che nessuno “regala” nulla nel mondo della finanza. E soprattutto quali possono essere le alternative meno costose rispetto a investire nei PIR. Confrontare più investimenti tra loro e valutare un’ampia gamma di strumenti è quello che contraddistingue le società di consulenza su base indipendente come SoldiExpert SCF.
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Come ebbe a dire Donald Trump in una famosa intervista a Playboy del 1990: “Bisogna prepararsi al peggio. Credo nel potere del pensiero positivo ma anche di quello negativo. Quando negozio un affare voglio sapere quanto sarà terribile se non funziona piuttosto che quanto sarà positivo se funziona”. Parole sempre valide anche se non vi è simpatico il Presidente degli Stati Uniti.
Uno dei motivi per cui i PIR possono non essere un buon investimento è la limitata diversificazione, dato che questi strumenti sono fortemente esposti a un solo mercato: quello italiano.
I 5 fondi PIR più venduti in Italia: quanto convengono davvero?
In Italia sono distribuiti 94 fondi PIR: 20 azionari, 19 bilanciati, 13 flessibili e 42 obbligazionari. I fondi PIR gestiscono oltre 19,3 miliardi di euro degli italiani (dati a dicembre 2025). Nel corso del 2025 è aumentato molto l’afflusso verso i fondi PIR obbligazionari (+2,5 miliardi) mentre è continuato il deflusso dai fondi PIR flessibili (-209 milioni) e dai fondi PIR azionari (-180 milioni). Nel primo trimestre del 2026 i PIR hanno raccolto oltre 800 milioni complessivamente secondo quanto riportato dal Sole 24 ore.
Sui 5 fondi più collocati sono investiti oltre 8 miliardi dei nostri connazionali. In pratica i primi 5 fondi PIR per patrimonio hanno raccolto circa il 40% di quanto gli italiani investono nei fondi PIR.
Due sono fondi distribuiti da Banca Mediolanum, il fondo Mediolanum Flessibile Futuro Italia (codice ISIN IT0001019329) e Mediolanum Flessibile Sviluppo Italia (IT0004966971). Seguono come masse da Fideuram Piano Azioni Italia (IT0005245714), Eurizon Progetto Italia 40 (IT0005241614) e Arca Economia Reale Bilanciato Italia 30 (IT0005241101).
Due banche (il Gruppo Intesa Sanpaolo e banca Mediolanum) sono tra i maggiori “beneficiari” come società della raccolta che si riversa sui PIR.
Costi dei fondi PIR: il vantaggio fiscale rischia di sparire?
I cinque fondi PIR più venduti in Italia presentano spese correnti comprese tra l’1,42% e il 2,08% annuo: con costi così elevati, è difficile considerarli un buon investimento.
Ipotizzando di investire 40.000 euro (il massimo consentito all’anno) in cinque anni comporteranno costi certi all’investitore che oscillano tra i 2.840 e i 4.160 euro.

Poi ci sono le spese correnti che gravano sui fondi PIR, le quali rappresentano una misura dei costi ricorrenti nel tempo sostenuti dai sottoscrittori di un fondo, e relativi alle operazioni di investimento effettuate dalla società di gestione. Sono calcolate come rapporto, espresso in percentuale, tra il totale delle spese correnti e la media del NAV.
Nel totale sono compresi i costi di gestione, di amministrazione, legali, di revisione e di custodia. Sono escluse alcune altre voci di costo, come le commissioni di performance (dove presenti, come abbiamo evidenziato in tabella).
Solo uno dei cinque fondi PIR più venduti in Italia non le applica, il Fideuram Piano Azioni Italia A (PIR) (IT0005245714). Tutti gli altri le prevedono, andando a decurtare ulteriormente il rendimento per l’investitore. Ogni società di gestione le calcola secondo determinati parametri.
Nel caso del fondo Mediolanum Flessibile Futuro Italia (codice ISIN IT0001019329) qualora il valore della quota sia aumentato e sia superiore al valore più elevato mai raggiunto a decorrere dall’1/1/2025 (High Water Mark Assoluto), la società accantona il 15% di tale variazione, ogni giorno al verificarsi della condizione di applicabilità. Il limite percentuale massimo di addebito delle provvigioni di incentivo è pari all’1% annuo.
Esempio pratico: quanto può costare un fondo PIR in cinque anni
Nel caso di un investimento di 40.000 euro ipotizzando di investire nel fondo Mediolanum Flessibile Futuro Italia il costo potrebbe arrivare al 2,81% annuo.
Nell’arco dei cinque anni necessari per usufruire del beneficio fiscale, un investitore che acquistasse il fondo Mediolanum Flessibile Futuro Italia per il massimo previsto ogni anno (40.000 euro) potrebbe arrivare a spendere 5620 euro nel quinquennio ovvero il 14% di quanto investito verrebbe sottratto dalle spese.
PIR: quando il vero vantaggio è per la banca
Vediamo quindi i lati oscuri e negativi. Chi è convinto di fare un buon investimento PIR deve rivolgersi a un intermediario che gli venda un prodotto conforme. Non potete farvi un PIR direttamente rispettando i requisiti della normativa. In pratica potrete risparmiare e bypassare i costi dei fondi PIR compliant per usufruire dell’agevolazione fiscale ma la legge non consente il fai da te.
Non potete chiedere alla vostra Banca di mettere i titoli PIR “compliant”, ovvero “conformi” – cioè gli strumenti finanziari che posseggono i requisiti richiesti -, all’interno di un deposito titoli che vi consenta di usufruire delle agevolazioni previste. Un vero e proprio conto titoli dedicato al Piano Individuale di Risparmio.
Al momento, nonostante questa possibilità sia prevista dalla normativa, non è praticamente possibile il fai da te e la maggior parte degli intermediari bancari non lo consente. Se in banca chiedete di crearvi un conto titoli che vi consenta di usufruire della normativa sui PIR sui titoli che volete acquistare direttamente rispettando i requisiti previsti, vi ascolteranno come un marziano.
In pratica nessuna banca è attrezzata per i PIR nel caso si punti al fai da te e al risparmio amministrato : questo è un grande svantaggio per chi pensa che i PIR siano un buon investimento. Per le cose semplici la normativa italiana non è mai molto precisa e attrezzata e nelle banche esiste anche un innegabile conflitto d’interesse sull’argomento. In effetti per le banche gestire questa sorta di deposito titoli speciale (che ha implicazioni anche fiscali), come direbbe il Commissario Montalbano “è una vera camurria”. Molto più facile vendere il “pacco” del PIR già confezionato dalla casa o da una società con cui si ha un accordo di distribuzione (e che retrocede laute commissioni).
Investire nei PIR conviene? Costi, vincoli e condizioni da conoscere
Se volete fare un Piano Individuale di Risparmio dovete passare da un intermediario che ve lo confezioni o venda il “sandwich” già fatto.
Quanto costa mediamente comprare un fondo col bollino PIR? Chi pubblicizza i PIR come “buon investimento” spesso si “dimentica” di esplicitare che il costo di gestione in media è di circa l’1,75% annuo e un discreto numero di questi fondi propone anche delle commissioni di ingresso massime del 2% oltre a commissioni di performance come abbiamo visto nella tabella dei fondi PIR più collocati in Italia.
Quanto occorre tenere in portafoglio un PIR come periodo minimo? E’ molto importante sapere che l’investimento in PIR per essere considerato un buon investimento e quindi, per godere dell’esenzione fiscale sugli utili, va mantenuto per almeno 5 anni: è sicuramente uno svantaggio dover aspettare di vendere quando il mercato magari è salito. Se acquistate un prodotto di questo tipo e vi pentite e volete smantellarlo, allora ritornate alla casella di partenza e perdete il beneficio fiscale.
Quindi se sottoscrivete un prodotto finanziario PIR compliant come un fondo o una polizza o una gestione è bene fare molta attenzione ai costi.
Quando il risparmio fiscale non compensa costi e rendimenti
Per assurdo, ma non troppo, per risparmiare il 26% di capital gain grazie a questo “giochino” potrebbe capitare anche che, se le cose vanno bene e l’investimento si rivaluta, quanto non pagate di tasse andrà a remunerare la vostra banca. Vantaggi economici per voi al netto di costi e benefici di aver sottoscritto un fondo PIR: nessuno!
Un esempio? Se un capitale di 100 si rivaluta in 5 anni del 25% grazie al PIR potreste risparmiare un 6,5% di tassazione che altrimenti porterebbe il vostro rendimento netto al 18,5% (non paghereste il 26% di tassazione sul capital gain).
Ma per godere di questo vantaggio la vostra banca o assicurazione potrebbe chiedervi di pagare in questo quinquennio un 10% di costi commissionali! Risultato: per pagare meno tasse ne spendete di più in costi commissionali, che fanno a favorire la banca e i suoi venditori.
Il che ricorda una vecchia battuta di Beppe Grillo: “I commercialisti fanno sì che se dobbiamo pagare cinque milioni di tasse, ne paghiamo soltanto tre e diamo gli altri due a loro”.
Quanto rendono i PIR rispetto agli ETF? Il confronto sui 5 anni
I cinque fondi PIR più collocati in Italia hanno ormai 5 anni di vita. E’ stato conveniente sottoscriverli? Quale è stato il rendimento dei piani individuali di risparmio? A fine maggio 2026 il fondo Mediolanum Flessibile Sviluppo Italia ha avuto nell’ultimo quinquennio un rendimento positivo (+13,68%) mentre l’altro fondo della banca il Mediolanum Flessibile Futuro Italia ha ottenuto una performance positiva (+80,47%).
Il fondo Arca Economia Reale Bilanciato Italia 30 ha un rendimento positivo (+12,63%) mentre i fondi della scuderia di Intesa Sanpaolo Eurizon Progetto Italia 40 e Fideuram Piano Azioni Italia hanno ottenuto performance positive rispettivamente del +31,10% e +87,27%.

Qualche numero per fare dei confronti: se aveste 5 anni fa acquistato un ETF che replica l’indice principale di Piazza Affari (Ftse MIB) avreste ottenuto un rendimento del +147,72% (il 109,31% al netto quindi della tassazione del capital gain sottraendo il 26% di tassazione).

Ci sarebbe anche un ETF PIR-compliance, ossia l’Amundi FTSE Italia PMI PIR 2020 UCITS ETF Acc (ISIN FR0011758085), che negli ultimi 5 anni ha ottenuto una performance del +54,59%. In ogni caso che abbiamo visto comunque tutto questo essere PIR-compliance non è stato cosi premiante come comprarsi direttamente un ETF sul FTSE MIB, nonostante il vantaggio fiscale se si fossero seguiti tutti quanti gli stringenti requisiti. Quindi per alcuni i PIR sono un buon investimento, ma generalmente potrebbe essere più sensato comprare direttamente un ETF sul FTSE MIB a livello di flessibilità e diversificazione.
PIR sì o no? La risposta tra vantaggi fiscali, costi e rendimenti
Per ricapitolare, è vero che il principale vantaggio dei PIR come investimento è fiscale: se vengono rispettate tutte le regole previste, i guadagni ottenuti non sono tassati. Ma un aspetto critico riguarda i rendimenti. Come abbiamo visto, i principali fondi PIR con le più grandi masse sotto gestione in Italia hanno ottenuto risultati inferiori rispetto a strumenti come un ETF sul FTSE MIB, anche considerando il beneficio fiscale. In altre parole, il fatto di non pagare tasse non basta a compensare performance più deboli per considerare un PIR un buon investimento.
Pesano anche i costi. Molti fondi PIR hanno commissioni annue elevate e talvolta costi di ingresso, che riducono ulteriormente il rendimento finale per l’investitore. A confronto, la maggior parte degli ETF hanno costi molto più bassi e permettono una maggiore efficienza e flessibilità. Anche perché l’altro grande svantaggio dei PIR è il vincolo temporale: per mantenere i benefici fiscali bisogna detenere l’investimento per almeno cinque anni. E vendere prima significa quindi perdere le agevolazioni e pagare le tasse dovute.
Un PIR ha senso nel tuo portafoglio? Dipende da obiettivi, costi e alternative
Da queste riflessioni come avrete capito per valutare se un PIR è un buon investimento oppure no bisogna considerare sia i PRO ma anche i possibili CONTRO per capire se è veramente lo strumento adatto alle esigenze dei singoli risparmiatori. E se questo investimento può essere migliorato.
Il dialogo con un consulente finanziario (magari indipendente) che non ha alcun interesse economico sulla vendita di prodotti finanziari (avendo il divieto di prendere retrocessioni) può aiutare.
E’ possibile prenotare un appuntamento con uno dei consulenti finanziari autonomi di SoldiExpert SCF per approfondire e ottimizzare l’investimento anche dal punto di vista fiscale. Con un occhio però non solo al risparmio fiscale ma ai costi, ai rendimenti passati e alle alternative possibili.

