PIR (Piani Individuali di Risparmio) ai raggi X: il buono, il brutto, il cattivo

Dopo anni che se ne parlava i P.I.R. (Piani Individuali di Risparmio) sono diventati realtà anche in Italia e saranno probabilmente il nuovo strumento per banche e consulenti finanziari di matrice bancaria che consentirà di intercettare il risparmio degli italiani per dirigerlo verso Piazza Affari & dintorni. E soprattutto verso le società a piccola e media capitalizzazione.

L’obiettivo dei PIR (un provvedimento inserito dal Governo con l’ultima Legge di Stabilità) è quello di indirizzare il risparmio verso le piccole e medie imprese italiane con il risultato – ci si auspica – di stimolare l’economia nazionale.

Il sex appeal dei PIR? Soprattutto fiscale. Una “musica” per le orecchie di molti risparmiatori italiani che devono convivere con un sistema di tassazione fra i più complicati e astrusi del pianeta, con una pressione fiscale elevata, e che di fronte ai “benefici fiscali” sono più facilmente disposti a mettere la firma sulla linea tratteggiata, costi quel che costi. Anche se magari i contro sono superiori ai pro.

Ma i PIR sono un investimento veramente così furbo anche per i risparmiatori, oltre che per le società di gestione? Secondo noi no e lo spieghiamo in questo breve studio.

Cosa sono prima di tutto i PIR? Sono la versione italiana di “contenitori fiscali” già esistenti in altri Paesi europei come gli ISA (Individual Saving Accounts) inglesi o i Plan d’Epargne francesi che hanno riscosso un grande successo.

In questo “contenitore” i risparmiatori hanno la facoltà di far confluire parte dei propri investimenti e ottenere una detassazione degli utili a determinate condizioni. In particolare, i PIR raccolgono investimenti i cui proventi e utili sono totalmente esenti dall’imposta del 26% in caso di capital gain ed esenti dall’imposta di successione. Evviva. Ma…

Ma quali sono le regole d’ingaggio? Nei PIR possono investire le persone fisiche, con un massimo di 30 mila euro l’anno, per un totale complessivo massimo di 150 mila euro. I PIR sono quindi dei contenitori giuridici che possono assumere varie forme (fondi, conti titoli, gestioni patrimoniali, prodotti assicurativi tipo unit linked o perfino pensionistici, come si richiede ora a gran voce) e contenere diverse forme di prodotti finanziari (azioni, obbligazioni, ETF, depositi e conti correnti) purché vengano rispettate, nella composizione dei portafogli, le limitazioni previste dalla legge.

La normativa prevede, infatti, che almeno il 70% del patrimonio deve essere investito in azioni o in obbligazioni di aziende italiane quotate o europee con “stabile organizzazione” in Italia, con un limite alla concentrazione pari al 10% massimo su ogni titolo.
Di questo 70%, il 30% (quindi il 21% dell’investimento complessivo) deve essere composto da società non presenti nell’indice di Borsa Italiana FTSE MIB 40, ovvero società che fanno parte del Midex o dello STAR e perfino società non quotate. Un vincolo che ha lo scopo di far affluire il denaro anche su aziende medio-piccole, ad esempio quelle quotate all’AIM, il mercato di Borsa Italiana dedicato alle piccole e medie imprese.

 

IL BRUTTO E IL CATTIVO: POCA FLESSIBILITÀ, COSTI NON TRASCURABILI E RISCHI DI CATTIVA DIVERSIFICAZIONE

Se amate i titolini, ovvero small e medium cap, e avete uno spirito patriottico viene subito voglia di sottoscrivere un PIR e capire subito dove mettere la firma.
Ma finora vi abbiamo raccontato solo il lato “buono” di questo strumento. C’è anche un lato “brutto” e uno “cattivo” che andrebbero presi in considerazione prima di investire su questo “contenitore”.Quando si decide di investire è bene considerare tutti i fattori, e non solo quelli positivi. E in particolar modo quando esistono dei vincoli temporali e si concentrano gli investimenti in un asset particolare e poco diversificato.
L’incentivo fiscale può essere giudicato interessante ma occorre capire il rischio che ci si assume visto che nessuno “regala” nulla nel mondo della finanza.

Come ebbe a dire Donald Trump in una famosa intervista a Playboy del 1990: “Bisogna prepararsi al peggio. Credo nel potere del pensiero positivo ma anche di quello negativo. Quando negozio un affare voglio sapere quanto sarà terribile se non funziona piuttosto che quanto sarà positivo se funziona”. Parole sempre valide anche se non vi è simpatico il nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Vediamo quindi i lati oscuri e negativi. Per fare un PIR, dovete per forza rivolgervi a un intermediario che vi venda un prodotto conforme o potete farvelo anche direttamente rispettando i requisiti della normativa?
Teoricamente no, perché potreste chiedere alla vostra Banca di mettere i titoli PIR “compliant”, ovvero “conformi” – cioè gli strumenti finanziari che posseggono i requisiti richiesti -, all’interno di un deposito titoli che vi consenta di usufruire delle agevolazioni previste. Un vero e proprio conto titoli dedicato al Piano Individuale di Risparmio. Ma al momento, nonostante questa possibilità sia prevista dalla normativa, non è praticamente possibile il fai da te. Se in banca chiedete di crearvi un conto titoli che vi consenta di usufruire della nuova normativa sui PIR sui titoli che volete acquistare direttamente rispettando i requisiti previsti, vi ascolteranno come un marziano.

Costo_PIR
fonte: Milano Finanza

In pratica nessuna banca è attrezzata per i PIR nel caso si punti al fai da te e al risparmio amministrato. Per le cose semplici la normativa italiana non è mai molto precisa e attrezzata e nelle banche esiste anche un innegabile conflitto d’interesse sull’argomento. In effetti per le banche gestire questa sorta di deposito titoli speciale (che ha implicazioni anche fiscali notevoli), come direbbe il Commissario Montalbano “è una vera camurria”. Molto più facile vendere il “pacco” del PIR già confezionato dalla casa o da una società con cui si ha un accordo di distribuzione (e che retrocede laute commissioni).
Se volete invece sottoscrivere un PIR tramite un fondo d’investimento o una gestione patrimoniale l’industria del settore ha già i motori accesi al massimo della velocità e non passa settimana nella quale non viene annunciato un nuovo prodotto conforme ai PIR (PIR compliant). Secondo Tommaso Corcos, Presidente di Assogestioni, la raccolta su questo tipo di prodotti di risparmio di medio-lungo periodo da parte degli operatori del settore viene stimata di oltre 16 miliardi di euro.
Se quindi volete fare un Piano Individuale di Risparmio dovete ora passare da un intermediario che ve lo confezioni o venda il “sandwich” già fatto. Naturalmente con un costo non indifferente per il disturbo che va a remunerare la banca o la società di gestione e i suoi collocatori e gestori.

Quanto costa mediamente comprare un fondo col bollino PIR? In base ai primi prodotti PIR lanciati sul mercato il costo di gestione è di circa l’1,75% annuo e un discreto numero di questi fondi propone anche delle commissioni di ingresso massime del 2% oltre a commissioni di performance.

Quanto occorre tenere in portafoglio un PIR come periodo minimo? E’ molto importante sapere che l’investimento in PIR, per godere dell’esenzione fiscale sugli utili, va mantenuto per almeno 5 anni. Se acquistate un prodotto di questo tipo e vi pentite e volete smantellarlo, allora ritornate alla casella di partenza e perdete il beneficio fiscale.
Quindi se sottoscrivete un prodotto finanziario PIR compliant come un fondo o una polizza o una gestione è bene fare molta attenzione ai costi.

Per assurdo, ma non troppo, per risparmiare il 26% di capital gain grazie a questo “giochino” potrebbe capitare anche che, se le cose vanno bene e l’investimento si rivaluta, quanto non pagate di tasse andrà a remunerare la vostra banca. Vantaggi economici per voi al netto di costi e benefici: nessuno.
Un esempio? Se un capitale di 100 si rivaluta in 5 anni del 25% grazie al PIR potreste risparmiare un 6,5% di tassazione che altrimenti porterebbe il vostro rendimento netto al 18,5% (non paghereste il 26% di tassazione sul capital gain). Ma per godere di questo vantaggio la vostra banca o assicurazione potrebbe chiedervi di pagare in questo quinquennio un 10% di costi commissionali! Risultato: per pagare meno tasse ne spendete di più in costi commissionali, che fanno a favorire la banca e i suoi venditori.

Il che ricorda una vecchia battuta di Beppe Grillo: “I commercialisti fanno sì che se dobbiamo pagare cinque milioni di tasse, ne paghiamo soltanto tre e diamo gli altri due a loro”.

Naturalmente nessuno può sapere quale sarà il rendimento dei fondi “PIR compliant” e, quindi, fare delle simulazioni serie è impossibile. In 5 anni a Piazza Affari le azioni small e medium cap possono moltiplicare il proprio valore per 2 o anche perdere il 70% se si guarda all’andamento passato.

Lungi da noi sostenere che le medium e le small cap italiane sono un investimento da cui stare alla larga, visto che come SoldiExpert SCF sui portafogli di azioni italiane (small e medium cap comprese) vantiamo fra le società di consulenza finanziarie indipendenti esperienza e risultati di assoluto rilievo. Ma nel nostro caso ci basiamo su un approccio flessibile e attivo che significa che in certi momenti il miglior modo per essere investiti è essere disinvestiti e avere anche il 100% di liquidità. E nel caso dei fondi d’investimento tutta questa flessibilità o non è possibile o non l’abbiamo vista in questi lustri da parte di molti gestori italiani, se si analizzano i risultati alla prova del benchmark.

Ma ci sono due ulteriori importanti considerazioni da fare secondo il nostro modesto pensiero : l’investimento sulle azioni italiane non va mai eccessivamente sovrappesato, poichè presentano una forte volatilità e il nostro Paese non è certo fra i luoghi più tranquilli dove investire. Basti pensare che l’indice principale di Piazza Affari rispetto ai massimi del 2007 è tuttora sotto del 30% (dividendi compresi).
Uno degli errori tipici di molti risparmiatori analizzato dalla finanza comportamentale è proprio l’home bias, la tendenza cioè di prendere decisioni “familiari” perché percepite come non rischiose o solo perché si crede di conoscere meglio quello che ci è più vicino, con la conseguenza, ad esempio, di detenere troppi investimenti (azioni e/o obbligazioni) del Paese in cui si vive, diminuendo la diversificazione e concentrando troppo il rischio.

Il rischio dei PIR è quindi che alcuni risparmiatori attirati dal “fiscal appeal” non valutino tutte le conseguenze di questa scelta se attuata in modo “pesante” sul proprio patrimonio.
Si guardi, per esempio, il grafico di questo fondo azionario italiano che è stato per anni considerato il migliore proprio nel segmento small e medium cap.

Confronto Oyster

Nel periodo 2007 e 2009 il fondo Oyster Italian Value è arrivato a perdere dai massimi quasi l’80% perché con la crisi seguente allo scoppio della bolla dei subprime e al fallimento della banca d’affari Lehman Brothers molti gestori in tutto il mondo iniziarono a liberarsi a qualsiasi costo di ogni azione pur di essere liquidi. E le società a medio o piccola capitalizzazione quotate in listini come quello videro precipitare le quotazioni di fronte a vendite sempre più consistenti. Nessun gestore acquistava perché tutti dovevano affrontare i riscatti, e i “fondamentali buoni” non mitigavano certo l’effetto caduta. Quando i flussi in uscita sono forti e i gestori stranieri (che controllano oramai il listino italiano) decidono di uscire dall’Italia, come abbiamo visto in molti casi in questi anni, tenere le posizioni può non bastare. Anche con orizzonti temporali superiori ai 5 anni. Nel caso di questo fondo il valore della quota è ancora inferiore di quasi il 50% rispetto ai massimi. Il lungo periodo (che per un investitore passivo “cuba” almeno 15 anni se parliamo di statistiche serie) funziona di più sull’indice delle borse internazionali o sulla quella statunitense, mentre su quella italiana è bene sapere che potrebbe essere più lungo.

Sono da valutare quindi i pro ma anche i contro di detenere per 5 anni un investimento azionario. Fra i pro dei PIR compliant in caso di rendimento positivo c’è il sex appeal fiscale, ma non è scritto da nessuna parte che fra 5 anni il valore del fondo d’investimento sia superiore a quello attuale. Magari fra 2 anni c’è un top del mercato e poi un crollo dal quale il mercato si riprende ma senza superare il livello di partenza iniziale. Che si fa? Se si è acquistato un fondo PIR compliant si può restare investiti e sperare naturalmente che nel tempo le cose si mettano a posto. Magari dopo 10 anni il vantaggio fiscale e l’investimento tornano in pareggio. Oppure si può uscire dal PIR e disinvestire le quote del fondo sottoscritto, ma in questo caso se si è in guadagno si perde tutto il vantaggio fiscale e, se il fondo prevede delle commissioni d’uscita si dovrà pagare pure per il disturbo. Insomma l’investimento nei PIR andrebbe valutato non guardando solo al presunto beneficio fiscale ma soprattutto al proprio profilo di rischio, al proprio orizzonte temporale, alla propria asset allocation e al patrimonio posseduto, e al TER (Total Expense Ratio, ovvero il costo complessivo annuale del fondo) del PIR.

Certo, potreste sottoscrivere un fondo PIR compliant dove il gestore è bravissimo e ottiene extra rendimenti rispetto, per esempio, all’indice FTSE Italia Medium Cap. Ma se analizziamo la storia dei fondi azionari Italia small e medium cap e li confrontiamo con il benchmark di categoria su orizzonti temporali medio lunghi, è raro trovare in Italia dei gestori in grado di battere in modo consistente il mercato. Sulla carta tutti coloro che lanciano i fondi specializzati in PIR naturalmente vi dicono che i loro esperti e gestori sono dei fenomeni, ma non si capisce bene in molti casi dove li abbiano tenuti in questi anni. I gestori di fondi veramente bravi sull’azionario italiano e sulle small e medium cap, se si analizzano in base al track record dei risultati conseguiti, non sono una popolazione così numerosa come il numero di prodotti PIR che si stanno affollando sul mercato.

C’è poi un altro aspetto curioso di questa normativa sui PIR. Se un risparmiatore italiano vuole farsi il PIR da solo (posto che ci riesca visto che ancora le banche italiane si dichiarano non pronte, come i cinesi che da diversi mesi vogliono acquistare il Milan), nel caso che movimenti il portafoglio e venda i titoli “pir compliant” anzitempo, la normativa prevede che se lo fa prima dei 5 anni di detenzione minima perde tutti gli eventuali benefici fiscali.
L’obiettivo della norma è favorire l’investimento di medio-lungo periodo e canalizzare il risparmio verso le aziende italiane medio-piccole, e sfavorire l’approccio speculativo. Intento bellissimo a parole. Ma curiosamente nel caso che il risparmiatore italiano decida di sottoscrivere un PIR tramite un fondo d’investimento questo discorso della movimentazione titoli vietata assume un altro aspetto. Il gestore all’interno del PIR può fare, invece, quello che vuole e disinvestire quando vuole.

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E’ quotato fra gli Etf questo di Lyxor che replica l’indice Ftse Mid Cap Italia (Isin FR0011758085) ed è stato reso conforme alla normativa Pir. Peccato che se lo comprate da privati dovete tenerlo in portafoglio per almeno 5 nel caso vogliate usufruire della normativa fiscale agevolata (anche se al momento nessuna banca vi consente ancora di costituirvi autonomamente un deposito titoli speciale che consenta di usufruire di questo beneficio tramite il fai da te) mentre i gestori dei fondi Pir non hanno questa limitazione. E anche per questo da inizio gennaio a oggi questo ETF ha visto le masse sotto gestione passare da 40 milioni di euro a oltre 330 milioni di euro come si può vedere dal grafico e considerando i dati al 23 marzo 2017!

«Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri». Il noto principio enunciato nella “Fattoria degli animali” da George Orwell assume nuovi risvolti perché con la normativa sui PIR (scritta malissimo e in modo incompleta) il legislatore ha fatto proprio il principio che i fondi comuni in base al principio della gestione attiva a tutela dei sottoscrittori possono disinvestire in qualsiasi momento. Comprensibile perché un gestore può trovarsi a gestire sottoscrizioni e riscatti e perché quello che si richiede a un gestore è di selezionare i migliori investimenti che possono cambiare anche nel tempo. Ma se lo fa invece il risparmiatore questa è speculazione. E non si fa. E’ cosa brutta, sporca e cattiva.
Teoricamente i PIR possono, così, diventare degli strumenti anche speculativi per gli investitori istituzionali che possono rivendere al risparmiatore fai da te questo vantaggio (non concesso ai piccoli) con l’”obbligo” solo per questi ultimi di mantenere quanto investito nel fondo per almeno 5 anni. Per i risparmiatori privati la rotazione di portafoglio non è consentita. Un “obbligo”, quindi, che non è un obbligo per tutti perché il risparmiatore se volesse farsi autonomamente il proprio Piano Individuale di Risparmio può naturalmente smontare le proprie posizioni ma perdendo il beneficio della detassazione in caso di guadagno.

E questa situazione spiega perché molti fondi specializzati in small e medium cap italiane si stiano convertendo in prodotti PIR “conformi”. Un’opportunità fiscale e di marketing che le Società di Gestione stanno sfruttando per cavalcare la tigre e che può rappresentare da questo punto di vista un vantaggio anche per i risparmiatori che detengono già quote di fondi azionari Italia e hanno un orizzonte temporale di medio-lungo periodo rispetto a quei fondi che non hanno questo appeal.

Da queste riflessioni come avrete capito il PIR va valutato non solo guardando ai PRO ma anche ai possibili CONTRO che si potrebbero verificare per capire se è veramente lo strumento adatto alle esigenze dei singoli risparmiatori.

In ogni caso come Società di Consulenza Finanziaria su tutti i nostri portafogli azionari Italia che da sempre hanno dato uno spazio significativo alle small e medium cap italiane (e con risultati nel tempo eccellenti),  e che da sempre consideriamo il vero valore aggiunto di Piazza Affari, la nostra attenzione resta massima ed è anzi stata potenziata con la revisione dei panieri dei nostri portafogli.

 

 

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