Tobin Tax: 13 anni dopo, cosa è successo davvero (e cosa sta per cambiare)

Tobin Tax 2026: aumenta la tassazione sulle azioni italiane, chi la evita e quali effetti ha avuto su Piazza Affari

Quando nel 2013 entrava in vigore la Tobin Tax “all’italiana”, non eravamo stati particolarmente teneri.

Anche perché conosciamo bene l’argomento: chi scrive lavora in SoldiExpert SCF, una società di consulenza finanziaria indipendente che dal 2002 fornisce consulenza su azioni italiane, europee e internazionali. E quindi certe dinamiche di mercato le abbiamo viste (e vissute) in prima linea.

Ma chi ha voluto davvero questa tassa?

La Tobin all’italiana è stata fortemente voluta dal Partito Democratico (anche se, va detto, su questi temi nemmeno i governi precedenti di diverso colore hanno mai brillato per visione e competenza). Secondo quanto si leggeva in un volantino dell’epoca del PD, questa imposta “ha il compito di far pagare alla speculazione finanziaria parte dei danni prodotti dalla crisi economica internazionale raccogliendo decine di miliardi di euro”.

La promessa era quindi ambiziosa: colpire la speculazione e fare cassa.

Ma già allora qualche dubbio lo avevamo espresso chiaramente. Scrivevamo infatti nel 2013:

Per ora i miliardi di euro non si vedranno visto che se andrà bene il gettito per l’erario sarà di un miliardo secondo il ministro dell’Economia Vittorio Grilli, per quanto a questa previsione di gettito non ci crede nessuno fra gli addetti ai lavori.”

Noi scrivevamo che:

  • il gettito stimato era irrealistico
  • avrebbe colpito più gli investitori che gli speculatori
  • rischiava di ridurre la liquidità di Piazza Affari

A distanza di oltre dieci anni, vale la pena chiedersi: chi aveva ragione?

 

Il gettito della Tobin Tax: promessa da 1 miliardo, realtà dimezzata

 

Nel 2013 il governo stimava circa 1 miliardo di euro l’anno di incassi dalla Tobin Tax.

La realtà è stata molto diversa.

Secondo uno studio dell’Ufficio Studi Ambromobiliare, il gettito della Tobin Tax ha raggiunto circa 546 milioni di euro nel 2024 ed è rimasto ben al di sotto delle stime iniziali da 1 miliardo annuo.

Non solo: nel corso degli anni il gettito si è stabilizzato su livelli inferiori alle aspettative, senza mai avvicinarsi davvero agli obiettivi iniziali.

Meno scambi, meno mercato

Uno dei timori principali era che la tassa riducesse l’operatività.

E infatti i numeri vanno proprio in quella direzione: prima della Tobin Tax i volumi scambiati alla Borsa di Milano superavano i 1.000 miliardi annui, mentre nel 2024 si sono attestati intorno a 665 miliardi.

In altre parole, un calo significativo nonostante la capitalizzazione di Borsa sia cresciuta e il risparmio gestito sia aumentato. Secondo lo stesso studio, la riduzione degli scambi dal 2012 al 2024 a Piazza Affari è stata di circa -34%.
 
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E Milano è stata l’unica tra le principali piazze europee a mostrare questa dinamica, mentre mercati senza Tobin Tax hanno visto volumi più stabili o in crescita.

 

Il paradosso del gettito (quello che non si vede) della Tobin Tax

 

Il dato più interessante però è un altro.

Sempre secondo Ambromobiliare, se si considera l’impatto sull’intero sistema, minori scambi significano meno commissioni e quindi meno tasse per lo Stato. Il risultato è che nel solo 2024 si stima una perdita di imposte dirette di oltre 1 miliardo e un saldo netto negativo per lo Stato di circa 500 milioni di euro.

Tradotto: la Tobin Tax non solo incassa meno del previsto, ma potrebbe aver ridotto il gettito complessivo.

 

Chi paga davvero la Tobin Tax

 

La Tobin Tax italiana colpisce le azioni di società con sede legale in Italia e una capitalizzazione superiore ai 500 milioni di euro.

In pratica riguarda gran parte delle blue chip di Piazza Affari, tra cui Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM, Mediobanca, FinecoBank, Enel, Eni, Snam, Terna, Leonardo, Prysmian e Generali.
 
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Restano invece escluse le società a piccola capitalizzazione, cioè tutte le aziende italiane sotto i 500 milioni di euro, tipicamente PMI quotate su Euronext Growth Milan o sul segmento STAR.

Sono escluse anche molte società che operano in Italia ma hanno sede legale all’estero, come Brembo, Campari, Ferrari, Iveco, Cementir, D’Amico e MFE (Mediaset).

Questo crea una distorsione evidente: due società simili possono essere trattate in modo diverso solo per la sede legale, incentivando di fatto lo spostamento all’estero.

 

E adesso? Per la Tobin Tax arriva il raddoppio

 

Dal 1 gennaio 2026 la Tobin Tax raddoppia: sulle azioni quotate si passa dallo 0,1% allo 0,2%, sui mercati non regolamentati dallo 0,2% allo 0,4% e sull’high frequency trading dallo 0,02% allo 0,04%. È quanto prevede la Legge n. 299 del 31 12 2025.

Restano escluse le operazioni intraday e continua a valere il criterio della sede legale, quindi chi sposta la sede può evitarla.

Il paradosso è evidente: mentre si cerca di rendere Piazza Affari più attrattiva e liquida, si introduce una tassa che aumenta i costi e rischia di ridurre ulteriormente gli scambi.

Avevamo visto giusto?

Senza fare i fenomeni, ma sì: molte delle criticità evidenziate nel 2013 si sono effettivamente verificate.

Il gettito della Tobin Tax è stato inferiore alle attese, i volumi di scambio sono diminuiti, la tassa ha colpito più gli investitori che la speculazione e si sono create possibilità di aggiramento.

 

Opinioni sulla Tobin Tax: una tassa più ideologica che efficace?

 

La Tobin Tax nasce con un obiettivo condivisibile: frenare la speculazione.

Ma nella versione italiana non è globale, è aggirabile e colpisce un mercato già fragile. Il risultato è una tassa che incassa meno del previsto, riduce gli scambi e rischia di rendere Piazza Affari meno competitiva.

E ora, con il possibile raddoppio, la domanda è una sola: stiamo davvero correggendo un errore o lo stiamo amplificando?

 

Da dove nasce la Tobin Tax (e perché è diventata un’altra cosa)

 

La Tobin Tax nasce con un obiettivo preciso: trattenere gli investitori ed evitare che si spostino troppo rapidamente da una società quotata all’altra.

Ideata da un premio Nobel, James Tobin, le cui idee secondo molti sono state nel tempo travisate, era stata concepita per frenare il cosiddetto capitale impaziente, quello che si muove alla velocità della luce tra un titolo e l’altro.

L’idea era quella di introdurre un piccolo costo sulle transazioni, un “granello di sabbia nell’ingranaggio dei mercati finanziari”, per ridurre la speculazione e destinare il gettito a scopi globali come la lotta alla povertà.

Ma c’era una condizione fondamentale: doveva essere una tassa globale, applicata in modo coordinato a livello internazionale.

Ed è proprio questo che non è mai accaduto.

Oggi la Tobin Tax è applicata solo da alcuni Paesi, tra cui Italia e Francia, mentre molte grandi piazze finanziarie come Regno Unito, Svizzera e Nord Europa non la adottano nella stessa forma.

Il risultato è esattamente l’opposto di quello immaginato: arbitraggi, spostamento degli scambi e concorrenza fiscale tra mercati.

In teoria si doveva colpire la speculazione. In pratica, si è finito per colpire molto più spesso gli investitori “normali”.

Salvatore Gaziano

Responsabile Strategie di Investimento di SoldiExpert SCF

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