FINCANTIERI. ECCO PERCHE’ LA PRIMA PRIVATIZZAZIONE DI MATTEO RENZI IMBARCA ACQUA DA TUTTE LE PARTI

Nel programma del governo di Matteo Renzi il dossier privatizzazioni è stato riaperto e si aspettano di incassare oltre 10 miliardi di euro dalle cessioni fra quest’anno e il prossimo secondo anche le linee guida tracciate dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan  ma è ben difficile stare dietro agli annunci del governo che si susseguono senza sosta in tutti i settori.

Se si guarda però al recente collocamento in Borsa di Fincantieri c’è qualche motivo per mettersi le mani ai capelli. Lo Stato pensava, infatti, di incassare oltre 600 milioni di euro dalla vendita delle azioni in Borsa di questa controllata; ne ha incassati invece poco più della metà e vedendo come è andato il collocamento sembra abbia voluto rifilare una patata bollente ai piccoli risparmiatori. Mors tua, vita mea.

Il titolo, secondo il programma dell’Ipo, poteva essere collocato fino al prezzo di 1 euro per azione ma gli investitori istituzionali italiani e stranieri hanno disertato in massa l’offerta, lasciando il Governo (che controlla Fincantieri tramite la Fintecna di Cassa Depositi e Prestiti) con il cerino acceso in mano.

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“Piccolo risparmiatore, vada a bordo cazzo!” 

Per evitare di scottarsi e ritirare la quotazione si è trovata però una soluzione in tutta fretta: il prezzo di collocamento è stato portato al minimo della forchetta (0,78 euro) ed è stato cambiato all’ultimo momento il mix fra azioni destinate al mercato degli investitori istituzionali (fondi, gestioni…) e risparmiatori privati. In origine l’80% doveva essere destinato agli investitori “forti” e il 20% a quelli “deboli”.

Ma  considerato che gli investitori istituzionali di salire a bordo di Fincantieri non ci pensavano nemmeno anche al minimo del prezzo sono stati dichiarati “abili e arruolati” quasi tutti i piccoli risparmiatori privati che avevano fatto richiesta tramite la propria banca di avere un lotto di Fincantieri, invertendo il rapporto 90 (piccoli risparmiatori) e 10% (istituzionali). Accontentato il parco buoi! Va ricordato peraltro che a differenza degli investitori istituzionali il mercato “retail” (ovvero quello dei piccoli risparmiatori) effettua ordini irrevocabili ovvero se il prezzo è compreso nella forchetta non hanno la possibilità di tirarsi fuori mentre invece gli investitori istituzionali fino all’ultimo secondo possono cambiare idea.

Dopo circa una decina di giorni dalla quotazione il titolo vale a Piazza Affari  circa 0,74 euro ovvero un -5% rispetto al prezzo di collocamento: lo “zuccherino”  che era stato offerto ai piccoli risparmiatori di avere un’azione gratuita ogni 20 possedute se le mantengono in portafoglio per almeno un anno è come se si fosse volatilizzato in soli 10 giorni visto che oggi un risparmiatore che volesse acquistare le azioni Fincantieri avrebbe le azioni in carico a 0,74 euro con la possibilità però di venderle in qualsiasi momento e senza essere “lucchettato” per 12 mesi. E oggi mercoledi’ 16 luglio, mentre ora scriviamo questo articolo, il titolo Fincantieri scende seppure Piazza Affari salga di oltre il 3%: una zavorra.

E pensare che secondo i collocatori e il governo tutto era stato fatto a modino con campagna pubblicitaria effervescente culminata con una gigantesca prua che usciva da Palazzo Mezzanotte (la sede della Borsa italana a Piazza Affari a Milano) al costo, pare, di 600mila euro per otto ore.

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Sopra il video promozionale di Fincantieri diffuso in vista dell’Ipo. 

Perché Fincantieri non è piaciuta agli istituzionali? Contabilità un po’ troppo creativa secondo Emanuele Oggioni, analista finanziario e gestore azionario

Ma perché Fincantieri è stata così snobbata dal mercato? Questo è il parere di Emanuele Oggioni, analista finanziario e gestore azionario Europa, che ci sembra molto interessante e svela anche come la “contabilità creativa” rappresenti un qualcosa che non è piaciuto a molti investitori istituzionali…

“Già durante il periodo di sottoscrizione sconsigliavamo di aderire all’offerta pubblica di Fincantieri, la prima grande operazione di privatizzazione dopo anni di pausa, antipasto sia di una serie di vendite di partecipazioni statali da parte dello Stato italiano, sempre bisognoso di fare cassa, sia di nuove sottoscrizioni come in primis Poste Italiane, che nelle intenzioni dovrebbe valere quasi la metà del totale dei collocamenti previsti.

Ancora una volta i risparmiatori privati (ben 55 mila !) sono stati mal consigliati dal loro promotore, impiegato bancario o dal loro stesso approccio “fai da te”, invogliato magari dalla consueta campagna pubblicitaria martellante. La quotazione di Fincantieri non ha entusiasmato, nonostante il periodo favorevole per le IPO, basti pensare che in Europa a giugno ce ne sono state oltre 20, a cui si sono sommate ingenti richieste di soldi per ripianare i bilanci bancari, sia da parte delle banche italiane sia continentali (la sola Deutsche Bank per 8 miliardi di euro, Banco Monte dei Paschi per 5 mld).

Un collocamento, quello di Fincantieri, pensato per gli investitori istituzionali, che invece si sono dileguati dopo una attenta analisi del prospetto informativo e in particolare delle fantasiose riclassificazioni contabili sia dello stato patrimoniale sia del conto economico, che erano piuttosto palesi. Di fatti, gli investitori istituzionali si sono tirati indietro, aspettando valutazioni migliori, con la conseguenza che quasi il 90% del collocamento è stato assorbito dai risparmiatori privati (contro il 20% previsto inizialmente!), mentre gli investitori istituzionali hanno rilevato la restante parte. Riassumendo, l’offerta di  azioni Fincantieri è stata ridotta di quasi il 30% nel numero di azioni offerte (500 milioni di azioni totali rispetto alle 703,98 massime inizialmente oggetto di offerta), il prezzo è stato fissato al minimo del range a euro 0,78 euro per azione, per una capitalizzazione borsistica di circa 1,32 miliardi di euro. Le 450 mn di azioni emesse in aumento di capitale permetteranno di far entrare nelle casse della società solo € 350 mn (si noti bene: al lordo dei costi di quotazione e delle laute fees dei global coordinators), mentre allo Stato veditore entrerà la bellezza di soli 39 milioni di euro !

Le perplessità sul bilancio e quindi di riflesso sulla valutazione sono ben spiegate nel prospetto informativo, dove più volte si sottolinea come i principali parametri di bilancio, ad esempio il classico Margine Operativo Lordo (Ebitda) come anche il capitale circolante netto non siano “identificati come misura contabile nell’ambito degli IFRS (ovvero i principi contabili adottati internazionali omologati dalla Commissione Europea); il criterio di determinazione applicato dall’Emittente potrebbe pertanto non essere omogeneo con quello adottato da altri gruppi e, di conseguenza, il saldo ottenuto dall’Emittente potrebbe non essere comparabile con quello determinato da questi ultimi”. Di fatti, tali indicatori economici non sono comparabili con le altre società quotate, e sono stati abbelliti rettificando arbitrariamente voci di costo, come la cassa integrazione, i cui oneri sono stati considerati una voce straordinaria (ma ci chiediamo: quando sarà finito il contributo statale della C.i.g., i costi del personale aumenteranno, invece che diminuire !), oppure come la fantasiosa riclassificazione del capitale circolante e quindi del debito netto di gruppo. Citiamo dal prospetto: “ Si segnala che la Posizione Finanziaria Netta non include i construction loans ossia i finanziamenti di scopo di breve termine utilizzati dal Gruppo Vard (controllato da Fincantieri al 55,6%) per finanziare il capitale circolante durante la realizzazione delle navi.” Questa tipologia di finanziamento si configura a tutti gli effetti come una linea di credito, ove “la banca finanziatrice riceve delle garanzie reali sulla nave in costruzione, mentre il capitale è rimborsato completamente alla consegna della nave con il pagamento della rata finale da parte del committente”. Al 31 marzo 2014, tali finanziamenti ammontano a € 731 mn, in aumento rispetto a € 563 al 31 dicembre 2013; sempre nei primi tre mesi dell’anno, gli oneri finanziari per questa sola voce sono stati pari a oltre € 5 mn, su € 22 mn totali di gruppo di interessi passivi. In media, l’onerosità di questo prestito “mascherato” varia dal 3,5% al 4,5% se a tasso fisso e dal 2,4% al 4% se a tasso variabile, valori che già tengono conto della garanzia reale della nave a fronte di tali finanziamenti.

Gli impatti sulla valutazione della società, quindi, non sono banali e di poco conto, anzi. La posizione finanziaria netta, ossia la somma dei debiti al netto della cassa del gruppo, secondo i principi contabili internazionali regolati dall’ESMA (European Securities and Markets Authority) sale quindi più propriamente e comparabilmente con i bilanci delle altre società da €417 mn a €1,1 md), il capitale circolante netto peggiora, aumenta il capitale investito netto e quindi crolla la redditività patrimoniale sullo stesso.

Di norma, una società che non riesce nemmeno a guadagnare il proprio costo del capitale viene punita dal mercato con valutazioni al di sotto del valore di bilancio del capitale investito netto, o del patrimonio netto tangibile; per Fincantieri questi valori sono peraltro al di sotto del minimo di prezzo fissato a euro 0,78 per azione”.

Morale: già il piccolo risparmiatore in questi anni è stato tartassato da finanzieri d’assalto, cattivi gestori e banchieri. Se lo Stato vuole privatizzare (e ben venga) si facciano le cose meglio e non si scarichi la patata bollente ai piccoli risparmiatori e al parco buoi, offrendo a caro prezzo azioni di società con i conti non propriamente in regola.

(si ringrazia per la collaborazione Emanuele Oggioni, analista finanziario e gestore azionario Europa)

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