In Spagna se una banca sgarra, le autority e la giustizia le danno un pugno, in Italia una carezza? La provocazione di un nostro lettore

Per la Borsa spagnola il 2019 è stato un anno positivo ma deludente rispetto alle altre Borse europee con una crescita dell’indice di oltre la metà inferiore all’ Eurostoxx 600.

A pesare negativamente soprattutto l’andamento del settore bancario come risulta evidente dal peso massimo del listino, Banco Santander, che ha perso in media il 6% in sintonia con il comparto. E questo nonostante Banco Santander è considerata fra le banche europee che più stanno investendo nel fintech e la stessa economia spagnola è fra quelle che meglio si sono comportate in Europa.

Il pugno del regolatore spagnolo alle banche quando sgarrano

In realtà a pesare negativamente sul settore bancario spagnolo che ha un peso importante nella Borsa di Madrid è il rischio di risarcimenti che molte banche spagnole potrebbero essere chiamate a pagare per i mutui indicizzati al tasso interbancario IRHP erogati a partire dal 2000.

Un tasso che le autorità spagnole come la Corte Suprema hanno riconosciuto come scorretto e se la Corte di Giustizia europea confermerà questo giudizio i risarcimenti che le banche spagnole potrebbero sborsare sarebbero molto ingenti e nell’ordine di diversi miliardi di euro.

E fa un certo effetto per noi italiani la portata e la drastica decisione della Corte Suprema spagnola di assumere un atteggiamento così pro-risparmiatori e contro le banche e con una decisione che potrebbe costringere il sistema bancario a pagare patrimonialmente in modo così significativo la scorrettezza attuata a fronte di diverse decisioni assunte dai regolatori in questi anni.

La delicatezza del regolatore italiano con i controllati: il caso della Popolare di Bari

Mentre scriviamo in Italia è ancora accesa la polemica sulla Banca Popolare di Bari e il buco miliardario creato nei conti a danno dei risparmiatori (e dello Stato) che negli anni passati è stato in buona parte tappato rifilando ai correntisti della banca barese azioni della stessa banca e obbligazioni subordinate.

Dopo 4 anni dai fatti e quando quindi il danno era stato già fatto nello scorso ottobre la Consob contestò le modalità di collocamento degli aumenti di capitale del 2014 e 2015 evidenziando “le carenze nella profilatura per la vendita di prodotti finanziari”. Il solito giochetto ben noto da tempo di alzare il profilo di rischio dei clienti per potergli rifilare prodotti più “cicciosi” di commissioni e/o rischiosi o illiquidi. Come fregare i risparmiatori, insomma.

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La multa comminata alla banca per quella che si è rilevata una “stangata” di oltre mezzo miliardo di euro  (il controvalore dei titoli collocati che oggi valgono zero) per coloro che al tempo avevano sottoscritto gli aumenti di capitale e il collocamento delle obbligazioni subordinate?

Meno di 2 milioni di euro ed esattamente 495 mila euro contestate ai dirigenti della banca e per il resto alla Banca. In particolare, le sanzioni più “alte” furono quelle di 60 mila euro per Marco Jacobini, presidente del cda, e da 40 mila euro per Vincenzo De Bustis, direttore generale dal primo settembre 2011 al 30 aprile 2015. Per gli altri componenti del cda e del collegio sindacale la multa fu di 30 mila euro.

La restante parte delle sanzioni, per un totale di 1,5 milioni di euro, si riferì anche a “carenze procedurali” e “irregolarità comportamentali” nella valutazione dell’adeguatezza di alcuni investimenti rispetto al profilo dei clienti: oltre a una multa da 400 mila euro inflitta direttamente alla Banca e altri 115 mila euro in solido con i vertici dell’istituto con sanzioni contestate da 20 mila a 80 mila euro a una ventina di dirigenti.

 

La delicatezza del regolatore italiano con i controllati: il caso Azimut

Un “vizietto” quello della profilatura forzata e indurre i clienti a profilarsi nel modo più elevato con evidente rischio di conflitti di interessi che non muore mai.

Lo scorso mese la Consob ha sanzionato Azimut Capital Management sgr per due distinte violazioni dell’articolo 21 del Tuf, in particolare nei punti che riguardano l’obbligo per i soggetti vigilati di dotarsi di procedure idonee ad assicurare il corretto svolgimento dei servizi di investimento e di comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza.

Nel dettaglio, l’Ufficio Sanzioni Amministrative del regulator guidato da Paolo Savona ha contestato ad Azimut diverse violazioni “nel sistema di profilatura della clientela che non avrebbero consentito la corretta e completa individuazione delle caratteristiche degli investitori, non essendo stati adottati presidi idonei a mitigare il rischio connesso all’autovalutazione da parte degli stessi”.

Manchevolezze, dice Consob, che hanno portato a “una generalizzata polarizzazione della clientela nelle classi di rischio più elevate che avrebbe riguardato circa il 90% degli investitori. Viene poi contestato il sistema di mappatura dei prodotti, che “non è risultato pienamente idoneo a determinare correttamente il profilo di rischio dei prodotti stessi e, nello specifico, degli oicr di case terze”. Infine, l’indice dell’autorità di vigilanza dei mercati viene puntato sul “processo di valutazione dell’adeguatezza” e su carenze riscontrate attinenti alla mancanza di coerenza tra le caratteristiche della clientela e la tipologia di operazioni poste in essere“.

Per queste violazioni l’organo di vigilanza avrebbe potuto – si legge nella delibera 21165 del 27 novembre 2019 – applicare una “sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a cinque milioni di euro, ovvero al dieci per cento del fatturato, quando tale importo è superiore a cinque milioni di euro e il fatturato è disponibile e determinabile”.

Invece, ci ha fatto notare un risparmiatore, forse un automobilista e come tale “sempre, costantemente, incazzato come una bestia” (citazione da Gioele Dix),  che la multa comminata dalla Consob ad Azimut è stata “ridicola“: duecento mila euro e tenendo pure conto che “Azimut Capital Management sgr è gia’ stata sanzionata nel 2017 per la violazione delle norme in materia di profilatura della clientela, mappatura dei prodotti e valutazione dell’adeguatezza”.

 

 

 

Una multa di 200.000 euro su una società che nel 2018 ha ottenuto ricavi per 748.000.000 (settecentoquarantottomilioni) di euro, producendo un utile netto di 122 milioni di euro è un’inezia ci hanno segnalato alcuni risparmiatori fra cui alcuni ex clienti di Azimut.

La massima sanzione, pari al 10% del fatturato, sarebbe sì stata una stangata ma siamo in Italia e al pugno si preferisce la carezza anche in presenza di comportamenti reiterati.

Obiettivamente è difficile comprendere la ratio di un “buffetto” così leggero ma che non ci stupisce in realtà più di tanto poiché fra Banca d’Italia e Consob i regolatori in questi anni hanno dimostrato di essere molti bravi e capaci a fare le ispezioni ma poi timidissimi nell’applicare le sanzioni quando si parla di gruppi o banche di una certa dimensione. L’organo di vigilanza, sembra di capire leggendo la delibera 21165, ha mitigato la sanzione perché la Società “si è attivata in un’ottica collaborativa con la Consob, al fine di adottare le misure correttive volte a superare i rilievi segnalati”.

“Se l’agenzia delle Entrate scopre che avete omesso di fare qualcosa tipo pagare le tasse o taroccare i conti per pagarne meno basterà dire per non pagare o avere una sanzione lievissima che non lo farete più nel futuro come fanno i bambini quando vengono sgridati dai genitori?” ci ha scritto il risparmiatore, inferocito da questa vicenda.  In effetti una qualche ragione ce l’ha a non comprendere come sia possibile usare doppi pesi o pesi leggerissimi in questo come in altri settori quando si vanno a toccare interessi costituiti forti come quello di chi gestisce (e non è certo solo Azimut) i soldi degli italiani.

Anche perché quanto è stato contestato dalla Consob alla Azimut non è proprio una piccola “marachella” visto che questa “marachella” da una parte può assicurare alla società maggiori profitti e dall’altra soprattutto esporre a maggiori rischi i clienti.

 

Rischi che magari possono comportare perdite anche irreversibili come racconta la storia di questo Paese dove risparmiatori si sono trovati “a loro insaputa” a sottoscrivere prodotti e strumenti finanziari poi precipitati o diventati illiquidi (si pensi al caso delle azioni di banche non quotate). E in un Paese agli ultimi gradini della conoscenza finanziaria grava sugli intermediari  un compito rafforzato di comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza.

Quanto ai regolatori viene in mente la famosa frase di Mario Brega nel film Bianco Rosso e Verdone

Sta mano po esse fero e po esse piuma: oggi è stata piuma

Non solo oggi, la mano è stata piuma.

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