Investire emergenti. Perdo 300.000 euro sulla Cina: è grave dottore?

Fase positiva per il mercato azionario mondiale e obbligazionario ad eccezione di quello degli emergenti. Investire in emergenti diversificazione per asset o strategie per alcuni ha significato subire perdite. Il commento sui mercati di Salvatore Gaziano nella Lettera Settimanale

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Il mese di luglio ha segnato una rinnovata fase positiva per il mercato azionario mondiale e obbligazionario, ad eccezione degli emergenti che hanno visto ancora flussi in uscita, a causa della politica, soprattutto cinese, di mettere regole sempre più stringenti nei confronti dei giganti del tech.

Bene l’azionario Usa trascinato da buone trimestrali sopra le attese e anche l’oro, grazie all’effetto valutario, ha visto risalire le quotazioni che avevano perso smalto nel mese precedente.

I mercati emergenti hanno attirato a sé enormi capitali già nelle prime tre settimane di gennaio e venivano descritti come una sorta di Bengodi dell’investitore per il 2021, ma ancora una volta i mercati hanno insegnato che è bene diversificare e non fidarsi ciecamente dei titoli, settori o mercati del futuro. E tantomeno dei guru.

I dati dell’Istituto di Finanza Internazionale (IIF) mostrano che i paesi emergenti hanno attirato 17 miliardi di dollari di afflussi già nelle prime tre settimane di quest’anno.

In realtà, da metà febbraio in poi, sui mercati emergenti si è assistito a un andamento laterale, se non negativo, e proprio il mercato che si attendeva come il più promettente, ovvero quello cinese, ha invertito la rotta trascinando al ribasso l’indice dei Paesi Emergenti.

Mi ha scritto recentemente un investitore fai da te che a febbraio, sull’onda della forte salita del mercato azionario cinese, si era “imbottito” di questo asset tramite i “migliori fondi” dell’area che erano diventati oltre il 60% della sua esposizione complessiva. Ora sta perdendo circa 300.000 euro e chiede lumi.

Sui nostri portafogli internazionali, la quota strategica è presente ma quella tattica è stata azzerata da qualche tempo. Proprio per questo crediamo utile attuare una diversificazione sia di asset che di strategie.

Da diverso tempo i regolatori cinesi hanno iniziato a stringere le maglie nei confronti soprattutto delle grandi piattaforme. Alibaba è stata la prima, nel novembre dello scorso anno. Pochi giorni prima, la mega IPO della controllata di servizi finanziari Ant, stimata 34,5 miliardi di dollari USA, era stata sorprendentemente vietata dalle autorità di Pechino.

Jack Ma, il fondatore di Alibaba, a un certo punto è addirittura scomparso dalla scena pubblica e poi si è ammutolito.

Ponendo gli interessi delle sue imprese private al di sopra di quelle dello Stato cinese e sfidando i regolatori finanziari a cambiare radicalmente le dinamiche economiche interne, Jack Ma si è scavato la fossa con le proprie mani.

Ad aprile è stata anche imposta ad Alibaba una multa record di 2,8 miliardi di dollari. Da novembre 2020 il gruppo ha perso quasi un terzo del suo valore di mercato.

In Cina non si scherza con il Partito Comunista che domina su tutto e non tollera imprenditori che pensano di spiegare a Xi Jinping (segretario generale del Partito Comunista Cinese, presidente della Commissione militare centrale dal 2012 e presidente della Repubblica popolare cinese dal 2013) come si deve gestire il Paese per renderlo “moderno”.

Il Partito Comunista vuole mantenere forte il peso delle PMI (piccole e medie aziende) ponendo un freno ai comportamenti monopolistici delle big tech, ai maltrattamenti degli impiegati e all’uso improprio dei dati anche ai fini della “sicurezza nazionale”.

Secondo il Global Times, la versione internazionale del Quotidiano del Popolo, l’organo ufficiale del Partito Comunista, la democrazia in stile cinese è superiore al supermercato elettorale in stile occidentale, in quanto affida i destini del Paese a un’avanguardia motivata e determinata, selezionata e rappresentativa della società e più profondamente coinvolta nel servizio dell’interesse generale rispetto all’elettore occidentale medio, versatile e facilmente influenzabile.

Autoritario e oppressivo, il regime cinese ha sicuramente molte debolezze ma anche punti di forza, secondo Thomas Piketty, direttore degli studi presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Paris School of Economics e autore nel 2013 de “Il capitale nel XXI secolo” best seller tradotto in 40 lingue che ha venduto oltre due milioni e mezzo di copie.

Il sentimento anti-cinese e anti-partito unico sta crescendo e a questo bisogna aggiungere il forte aumento delle disuguaglianze, l’invecchiamento accelerato, l’estrema opacità che caratterizza la distribuzione della ricchezza, il sentimento di ingiustizia sociale ma nonostante queste debolezze, il regime ha solide risorse e influenza.

Sul piano economico e finanziario, lo Stato cinese dispone di un patrimonio considerevole, di gran lunga superiore ai suoi debiti, che gli fornisce i mezzi per una politica ambiziosa, sia a livello nazionale che internazionale, in particolare per quanto riguarda gli investimenti in infrastrutture e la transizione energetica.

Quando si verificheranno disastri climatici, ha ricordato sulle colonne di Le Monde Piketty, non avrà difficoltà a stigmatizzare le responsabilità delle vecchie potenze, che, nonostante la loro popolazione limitata (circa il 15% della popolazione mondiale, considerando Stati Uniti, Canada, Europa, Russia, Giappone), rappresentano quasi l’80% delle emissioni cumulative di carbonio dall’inizio dell’era industriale. E più in generale, la Cina non esita a ricordare di essersi industrializzata senza ricorrere alla schiavitù e al colonialismo, di cui essa stessa ha fatto le spese.

 

“Questo gli permette di fare punti, di fronte a quella che viene percepita come l’eterna arroganza dei paesi occidentali, sempre pronti a dare lezioni al mondo intero di giustizia e democrazia, pur dimostrandosi incapaci di fare di fronte alle disuguaglianze e discriminazioni” scrive Piketty.

 

E incapaci di indebolire i potentati e gli oligarchi che continuano ad avvantaggiarsi, a differenza di quanto avviene in Cina, dove i regolatori non sono stati catturati dai regolati.

Un punto di vista differente, che aiuta a comprendere l’atteggiamento regolatorio cinese, ben differente da quello occidentale (soprattutto europeo o italiano) e quello che sta accadendo in queste ultime settimane.

Le turbolenze sul mercato azionario cinese sono continuate infatti a luglio ed è stato colpito, tra gli altri, il gruppo tecnologico Tencent, le cui azioni, a Hong Kong, sono scese perfino del 10,4 per cento. In risposta alle pressioni ufficiali, la società aveva precedentemente annunciato che non avrebbe più accettato alcuna nuova registrazione per la sua importante app di social media WeChat fino a quando la tecnologia di sicurezza non fosse stata rivista e “in conformità con le leggi e i regolamenti pertinenti”.

Le recenti misure delle Autorità cinesi hanno perciò creato tensioni sui mercati locali e a preoccupare sono l’interventismo del governo e il potenziale contagio internazionale.

Molte delle società tecnologiche cinesi hanno infatti, tra la compagine azionaria, numerosi soci internazionali. Ad esempio, Tencent non ha tra i primi dieci soci neanche un nome cinese.

C’è stata una rinnovata preoccupazione per la repressione da parte delle autorità cinesi nei settori dell’istruzione, immobiliare e tecnologico.

E a questo va aggiunto che il “made in China” sta perdendo di attrattiva. In una recente indagine, il 70% dei produttori del settore export intervistati, ha detto di avere intenzione di ritirare parzialmente la propria produzione dalla Cina.

 

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Gli analisti di UBS ritengono che l’incertezza in corso sulla geopolitica e sul Covid-19, nonché l’aumento delle pressioni sui costi per i beni di input, stiano favorendo il trasferimento delle catene di approvvigionamento lontano dalla Cina.

Tuttavia, ci si possono aspettare nuovi investimenti diretti e la creazione di capacità produttive nella Repubblica popolare.

Nel medio termine i consumi sono in ripresa, secondo Capital Economics, ma investimenti ed esportazioni rimarrebbero deboli. Le ragioni di ciò sono lo stimolo in calo e uno spostamento della domanda globale.

Il ribasso delle azioni cinesi arriva da quando Pechino ha lanciato un attacco normativo alle aziende che gestiscono grandi quantità di dati e attività educative, nonché una revisione del modo in cui i gruppi cinesi si quotano sui mercati azionari al di fuori del paese.

I politici cinesi hanno cercato di rassicurare gli investitori globali e nazionali che la valanga di regolamenti e misure punitive non ha lo scopo di seppellire i più grandi gruppi Internet cinesi e secondo alcuni strategist l’intensità della repressione di Pechino potrebbe ammorbidirsi, mentre i politici stanno cercando di stabilizzare i mercati ma non si “tornerà all’espansione a ruota libera degli anni passati” per le piattaforme Internet cinesi.

 

“Piuttosto che vedere il settore di Internet come un’avanguardia nazionale dell’innovazione, i responsabili politici lo vedono sempre più come una fonte di problemi sociali e rischi per la sicurezza” sostiene Thomas Gatley, analista di Gavekal Dragonomics.

 

A fronte dei rischi menzionati, gli storni di mercato osservati nell’ultimo periodo hanno riportato i rapporti prezzo/utili di Hang Seng e CSI300 ad un livello più basso della media e fra i mercati meno sopravvalutati pur se l’interventismo delle Autorità occorre verificare se non favorirà revisioni al ribasso degli utili nei segmenti interessati, continuando a gravare, almeno nel breve termine, sulla dinamica dei prezzi.

Nelle scorse settimane uno dei gestori più importanti al mondo, BlackRock, aveva consigliato di aumentare l’esposizione all’azionario cinese per cogliere un momento più attraente d’ingresso.

Secondo gli analisti di BlackRock è improbabile una stretta monetaria cinese eccessiva sia fiscale che monetaria. Il gigante della gestione del risparmio vede comunque la Cina come co-protagonista di un nuovo ordine bipolare costituito dalla Cina e dagli USA dove la Cina è però ancora sotto-rappresentata negli indici globali pesando meno del 10% sia sull’MSCI ACWI che sul Bloomberg Barclays Global Aggregate Bond Index.

Le azioni hanno perso il loro slancio positivo dal Capodanno cinese in poi. Rispetto all’indice azionario mondiale, l’indice cinese MSCI ha registrato un peggioramento di 20 punti percentuali da metà febbraio. Nonostante le grandi differenze nel corso della pandemia, i due indici hanno ottenuto quasi la stessa performance dal 2019.

 

Il mercato azionario cinese a confronto con l'azionario mondiale

 

Secondo diversi osservatori, le azioni cinesi hanno “prezzato” molte notizie potenzialmente cattive dalla politica, tuttavia non ci sono attualmente catalizzatori per il buon umore sul mercato azionario. A differenza dell’Occidente, i profitti delle aziende cinesi non sono in ripresa, ma mostrano uno slancio negativo.

Gli esperti di Nomura indicano che l’andamento degli utili, dal 2023, rallenterà bruscamente nei mercati sviluppati, mentre prevedono una crescita del 16% per la Cina. Inoltre, molti investitori internazionali hanno fortemente sottopesato le azioni cinesi rispetto alla loro effettiva importanza: in media, solo il 5% dei portafogli azionari è in azioni cinesi.

Le prospettive di crescita per i prossimi anni sono favorevoli, secondo le più grandi case d’investimento: la popolazione è ancora più giovane che nei paesi industrializzati e l’economia ha un grande potenziale di sviluppo.

 

“Lasciate dormire la Cina, perché al suo risveglio il mondo tremerà.“ diceva più di 2 secoli fa un certo Napoleone Bonaparte.

 

Non si può dire che non aveva capito il potenziale di questo gigante che all’epoca sembrava in sonno.

L’economia cinese sta mostrando segni di decelerazione, con l’attività manifatturiera e l’edilizia residenziale in forte rallentamento negli ultimi mesi. Un fattore chiave che pesa sull’attività industriale è una riduzione del ritmo degli stimoli macroeconomici, come evidenziato da una normalizzazione del credito reale e dell’offerta di moneta.

Con l’economia cinese tornata al suo percorso pre-COVID, questo suggerisce che Pechino sta privilegiando la stabilità finanziaria rispetto alla crescita, una decisione con conseguenze a catena anche per gli investimenti in materie prime. Nel breve la Cina sta chiaramente pigiando sul freno mentre altri Paesi occidentali sull’acceleratore e l’obiettivo di avere una crescita più sostenibile nel lungo ed è difficile dire se questa politica è insensata, anche perché in Occidente prendere decisioni economiche o regolatorie forti non è facile e chi governa spesso non ne ha il coraggio.