5 RAGIONI SUL PERCHE’ I PIR SONO UN GRANDE REGALO ALL’INDUSTRIA DEL RISPARMIO GESTITO (E NON AI RISPARMIATORI ITALIANI)

“Piace al papà, alla mamma e alla figlia… thè maraviglia thè maraviglia e quando viene qualcuno in famiglia thè maraviglia che bontà…”.

Qualcuno fra i lettori diversamente giovani si ricorderà forse di questa vecchia pubblicità che si è accesa nella mia memoria dopo aver letto un’intervista a un manager di una nota società di gestione del risparmio che consigliava di sottoscrivere i Piani Individuali di Risparmio tramite i fondi della propria società di gestione fino a 90.000 euro all’anno per sfruttare nel modo più completo e totale il beneficio fiscale.

Ma come è possibile, qualcuno fra i lettori obietterà? La normativa dice che “ciascuna persona fisica non può investire più di 30.000 euro all’anno nel PIR ed entro un limite complessivo di 150.000 euro”.

Il marketing manager di fondi, memore forse della pubblicità del thè Maraviglia, spiegava infatti nell’intervista al noto quotidiano finanziario che i suoi venditori erano addestrati per proporre il fondo PIR anche a padre, madre e figlia… per sfruttare al massimo il beneficio fiscale. E già si parla di Pir anche per i minori.

Roba dell’altro mondo, anzi no, questa è l’Italia. Lo stesso Paese dove a ogni convegno sul risparmio si parla della necessità di fare educazione finanziaria e si sottolinea il fatto che in quanto a cultura finanziaria i risparmiatori italiani sono fra gli ultimi al mondo come testimoniato anche dagli ultimi studi pubblicati dall’Ufficio Studi della Consob non più tardi di qualche mese fa.

Un successo incredibile quello dei Piani Individuali di Risparmio ma fate attenzione a questi aspetti…

Eppure forse proprio per questo i Piani individuali di Risparmio stanno “spaccando” e non c’è quasi società di gestione del risparmio che non stia puntando massicciamente sul dirottare verso i propri fondi Pir complaint (ovvero conformi) la raccolta dei risparmiatori italiani, ricorrendo nei casi più estremi (e di successo) a tecniche di vendita anche da piazzisti e venditori stile Alec Baldwin nel film cult “Americani”.

“E’ qui la festa” cantava Jovanotti e a vedere la raccolta i fondi Pir stanno mietendo un successo strepitoso a leggere i bollettini di guerra: 38 fondi ad hoc già nati a fine maggio. Stime di raccolta per quest’anno di 10 miliardi di euro contro gli 1,8 miliardi di euro previsti solo qualche mese fa e già 3 miliardi di euro raccolti.

Come società di consulenza finanziaria indipendente ci sembra invece importante evidenziare alcuni aspetti negativi dei Piani individuali di Risparmio per come sono stati congegnati e vengono venduti ai risparmiatori ed evidenziare il rischio concreto che il successo travolgente dei PIR e del mercato sottostante delle small e medium cap rischi di creare e autoalimentare una bolla speculativa dagli effetti imprevedibili sul mercato azionario italiano e sulla credibilità del settore.

Ma ecco le  5 contestazioni principali ai PIR dove cerchiamo di smontare alcune delle affermazioni più comunemente utilizzate dai venditori e propagandisti del “culto”.

I Piani individuali di Risparmio sono la versione italiana di strumenti di questo tipo già adottati con successo in altri Paesi come dimostra l’esperienza dei Plan d’Epargne en Actions (Pea) in Francia.

FALSO. Dall’esperienza europea e francese il legislatore italiano ha preso in verità molto poco e sembra invece che abbia studiato tutto quello che poteva servire a costruire un gigantesco affare per le società del risparmio gestito e dare loro un’arma fantastica per fare raccolta utilizzando lo specchietto “fiscale” e quello dell’oro alla Patria.

Nei Pir nostrani il 70% deve essere, infatti, investito in strumenti finanziari (azioni o obbligazioni quotate o non) di aziende italiane, o anche europee (dell’Unione Europea o dello Spazio Economico Europeo) ma con stabile organizzazione in Italia. E di questo 70%, il 30% (pari al 21% dell’investimento complessivo) deve essere composto da strumenti finanziari di società non appartenenti all’indice FTSE Mib, quindi società di medio-piccole dimensioni.
E in Francia c’è questo “recinto” che indirizza in modo così forte sulle azioni nazionali? Figuriamoci se i francesi per quanto sono nazionalisti e sciovinisti non hanno giocato forte su questa clausola… Invece, no.

Nei Pea francesi (nati nel 1992 con l’obiettivo di incoraggiare l’investimento azionario) il risparmiatore con il limite di 150.000 euro può comprare azioni, certificati d’investimento, fondi o ETF il cui sottostante siano società “la cui sede sociale sia in Francia o in uno stato membro dell’Unione Europea (Islanda e Norvegia comprese)”. Ma non è questa come vedremo la sola differenza sostanziale oltre al fatto che la normativa italiana ha reso facilissimo e agevolato il PIR in modalità “risparmio gestito” ovvero se si affidano i risparmi a una società del risparmio gestito mentre complicatissimo e molto penalizzante il percorso al risparmiatore che desiderasse farsi il PIR in modalità fai da te.

Ragione per cui dopo quasi 6 mesi di avvio della normativa pochissimi intermediari e quasi nessuna banca nazionale ha reso operativa la possibilità per i propri clienti di gestirsi in modalità “fai da te” il proprio PIR.
E non c’è nessuna fretta di offrire questa possibilità ai risparmiatori: molto più proficuo vendere soluzione “precotte” e acchiappare i risparmi lucrando ricche commissioni di ingresso, gestione e performance con i fondi Pir.

 

I Piani individuali di Risparmio favoriscono l’investimento di medio-lungo termine perché vincolano i risparmiatori che li sottoscrivono alla detenzione per almeno 5 anni degli strumenti sottostanti per ottenere il beneficio fiscale dell’esenzione dell’imposta del capital gain e di quella di successione

FALSO. Anche qui negli stracitati Plan d’Epargne francesi non c’è alcuna traccia di questo vincolo che sembra anche questo fatto apposta per fare un regalo doppio ai gestori di fondi d’investimento e all’industria del risparmio gestito. Con dubbi benefici per i risparmiatori costretti a essere sempre e comunque investiti per mantenere il beneficio fiscale ma un bell’assist all’industria del risparmio gestito che in questo modo può accrescere forzatamente la “retention” del cliente (insomma trattenerlo e lucrare per un periodo di tempo più lungo e con una redditività maggiore). Ovvero guadagnare anche più del 2% all’anno per almeno 5 anni.

Nei Pea francesi infatti se è vero che bisogna detenere per almeno 5 anni questo tipo di deposito speciale per usufruire dei vantaggi fiscali e all’interno di questi rubricare i fondi, le azioni o gli ETF che ne posseggono i requisiti non esiste alcun vincolo di non poter vendere durante questo periodo di tempo gli strumenti posseduti!
L’unico vincolo che esiste in Francia è quello di non effettuare prelievi ma all’interno di un PEA fino al valore di 150.000 euro ciascun risparmiatore francese può effettuare qualsiasi movimento di acquisto e di vendita.

Se un risparmiatore francese vuole a un certo punto liquidare delle azioni o dei fondi “Pir Complaint” perché ritiene che gli strumenti d’investimento detenuti siano saliti troppo e vuole investire su altre azioni o altri strumenti che ritiene più prudenti può liberamente farlo. L’unico vincolo che ha è quello di non poter effettuare dei prelievi dal deposito PIR pena la perdita del beneficio fiscale sul capital gain. Punto.

I nostri legislatori italiani che notoriamente sono considerati in tutto il mondo dei grandi specialisti di finanza e investimenti hanno invece messo la clausola dei 5 anni in modo rigidissimo ma solo curiosamente per i risparmiatori privati. Se un risparmiatore italiano vuole farsi il PIR da solo (posto che ci riesca visto che ancora sono pochissimi gli intermediari che hanno aperto a questa possibilità) nel caso che movimenti il portafoglio e venda i titoli “pir compliant” anzitempo, la normativa prevede che se lo fa prima dei 5 anni di detenzione minima perde tutti gli eventuali benefici fiscali.

L’obiettivo della norma è favorire l’investimento di medio-lungo periodo e canalizzare il risparmio verso le aziende italiane medio-piccole, e sfavorire l’approccio speculativo. Intento bellissimo a parole. Ma curiosamente nel caso che il risparmiatore italiano decida di sottoscrivere un PIR tramite un fondo d’investimento questo discorso della movimentazione titoli vietata assume un altro aspetto. Il gestore all’interno del PIR può fare, invece, quello che vuole e disinvestire quando vuole. Il gestore di fondi può liberamente fare trading ovvero anche comprare e vendere i titoli in portafoglio anche all’interno della stessa seduta; il risparmiatore che vuole farsi un PIR in forma autonoma no.

Teoricamente i PIR possono, così, diventare degli strumenti anche speculativi per gli investitori istituzionali che possono rivendere al risparmiatore fai da te questo vantaggio (non concesso ai piccoli) con l’”obbligo” solo per questi ultimi di mantenere quanto investito nel fondo per almeno 5 anni. Per i risparmiatori privati la rotazione di portafoglio non è consentita. Un “obbligo”, quindi, che non è un obbligo per tutti perché il risparmiatore se volesse farsi autonomamente il proprio Piano Individuale di Risparmio può naturalmente smontare le proprie posizioni ma perdendo il beneficio della detassazione in caso di guadagno.

Un risparmiatore “Pir fai da te” che vede così il proprio titolo magari raddoppiare le quotazioni dei suoi titoli “Pir conformi” in un anno se decide di vendere il titolo perde il beneficio fiscale e deve aspettare 5 anni perché lo possa sfruttare. Ma non è scritto da nessuna parte che dopo 4 anni il titolo non sia magari ritornato al prezzo di partenza o addirittura essere andato al di sotto come dimostra la storia di Piazza Affari degli ultimi 10 anni.

I PIR favoriscono l’investimento dei risparmiatori verso l’economia reale tramite l’investimento nel capitale di rischio e di debito delle imprese. Chi vuole bene alla Patria acquista i fondi PIR perché così porta il risparmio verso l’investimento produttivo e traghetta il risparmio verso le PMI italiane.

FALSO. Ovvero per dirla in piemontese si potrebbe dire “esageruma nen”. Qualsiasi studente di economia o investitore conosce la differenza fra mercato primario e mercato secondario. Il mercato finanziario primario è il luogo dove vengono trattati gli strumenti finanziari di nuova emissione mentre nel mercato secondario si trattano i titoli già in circolazione.

Se io acquisto delle azioni di small e medium cap in modo diretto o indiretto (tramite fondi o ETF) sto acquistando delle azioni sul mercato secondario! Se quindi compro le azioni della Juventus , della Banca Popolare di Sondrio o della Technogym (e definire queste società PMI ovvero Piccole Medie Imprese denota un’innegabile fantasia comunicativa) dei soldi che spendo per l’acquisto non un cent va alla società ma va a un altro risparmiatore, speculatore o fondo che sta invece vendendo il titolo. Ergo non sto finanziando un bel niente e se la Juventus vorrà acquistare un promettente goleador uruguagio, la Popolare di Sondrio aprire nuovi sportelli o fare un’acquisizione oppure la Technogym aprire una nuova sede faraonica in Egitto di tutti i soldi che transitano in Borsa sul mercato secondario alle rispettive società emittenti dei titoli non arriverà nulla anche se i titoli sottostanti dovessero raddoppiare o triplicare.

Soldi e cash arriverebbero solo nel caso in cui queste società emettessero carta fresca ovvero nuove azioni o nuovi bond quindi sul mercato primario e il mercato li sottoscrivesse. In questo caso sì i soldi dei Pir andrebbero all’economia reale come nel caso di nuove società che si quotassero in Borsa e fossero sottoscritte dai fondi PIR conformi (complaint) o dai risparmiatori. Il collegamento quindi fra PIR ed economia reale esiste e può esistere ma non come troppo in modo semplicistico viene fatto intendere da alcune banche e intermediari che utilizzano in modo piuttosto furbo questa motivazione del “sostegno allo sviluppo delle imprese italiane e all’economia reale nazionale” nelle loro pubblicità ai limiti dell’ingannevole.

Peraltro sulla “scoperta” da parte dei gestori italiani del mondo delle small e medium cap ci sarebbe da scriverne un saggio. Le aziende small e medium cap a Piazza Affari c’erano pure prima dell’introduzione della normativa sui Pir e da oltre 10 anni sovraperformavano in modo impressionante il mercato principale ovvero l’indice FTSE Mib40. Basti dire che nel periodo 2007-2016 100 euro investiti sulle blue chip erano diventate 50 mentre le stesse 100 euro investite sulle azioni dell’indice Star erano diventate 180.

Da anni le aziende di media e piccola taglia, espressione spesso del miglior capitalismo italiano, sono quotate e sono andate mediamente benissimo ma la maggior parte dei gestori italiani le ha quasi totalmente snobbate al contrario dei gestori dei fondi stranieri e di poche società indipendenti (come SoldiExpert SCF) che invece seguivano attentamente questo comparto, dando un peso importante ai titoli e facendo selezione attiva.
E basta d’altraparte osservare i benchmark dei fondi azionari Italia sia large cap che medium e small cap per rendersi conto della distruzione di valore o di opportunità che la maggior parte dei gestori ha prodotto in questi anni sul mercato azionario italiano.

Con che faccia molti di questi gestori possono ora proporsi come maghi nella selezione delle small e medium cap italiane? Perché i loro fondi d’investimento e il track record di essi non evidenzia quasi alcun valor aggiunto e non c’è traccia di questa superiore capacità di “stock picking”?
Chi ci può dire che non sia meglio piuttosto preferire un ETF sul Midex rispetto alla gestione attiva (si fa per dire) e con costi quintiplicati della maggior parte dei gestori dei fondi Pir compliant?

 

Il principale vantaggio dei PIR reclamizzato è quello fiscale. Grazie a un investimento in questo strumento è possibile ottenere l’azzeramento della tassazione sui redditi generati dall’investimento e delle tasse di successione se si resta investiti in questo “contenitore” per almeno 5 anni. Un vantaggio fiscale enorme e da non perdere…

FALSO. Il vantaggio fiscale può certo esistere ma anche no e dipende da molte variabili. E non credo e vedo che tutte queste variabili vengano spiegate chiaramente ai poveri risparmiatori trattati spesso come fessi e selvaggi con l’anello al naso e dove si fornisce un’informazione spesso totalmente asimmetrica. Altro che Mifid 1 e Mifid 2…
Il segreto è sempre o non dire tutto o non dare la giusta evidenza ad aspetti che possono essere rilevanti. Il vantaggio fiscale andrebbe, infatti, commisurato al rendimento generato e agli eventuali costi sostenuti.

Attualmente, infatti, se un risparmiatore vuole sottoscrivere un Piano Individuale di Risparmio deve sostanzialmente passare da un intermediario che lo confezioni tramite un fondo d’investimento e venda il “sandwich” già fatto. Naturalmente con un costo non indifferente per il disturbo che va a remunerare la banca o la società di gestione e i suoi collocatori e gestori.

Quanto costa mediamente comprare un fondo col bollino PIR? In base ai primi prodotti PIR lanciati sul mercato il costo di gestione è di circa l’1,75% annuo e un discreto numero di questi fondi propone anche delle commissioni di ingresso massime del 2% oltre a commissioni di performance.

Per assurdo, ma non troppo, per risparmiare il 26% di capital gain grazie a questo “giochino” potrebbe capitare anche che, se le cose vanno bene e l’investimento si rivaluta, quanto il risparmiatore non pagherà di tasse andrà a remunerare la banca o la sgr collocatrice. Vantaggi economici per il risparmiatore al netto dei costi e benefici: nessuno.

Un esempio? Se un capitale di 100 si rivaluta in 5 anni del 25% grazie al PIR un risparmiatore potrebbe risparmiare un 6,5% di tassazione che altrimenti porterebbe il rendimento netto al 18,5% (non pagherebbe il 26% di tassazione sul capital gain). Ma per godere di questo vantaggio la banca o assicurazione potrebbe chiedere di pagare in questo quinquennio un 10% di costi commissionali! Risultato: per pagare meno tasse se ne spendono di più in costi commissionali, che fanno a favorire la banca e i suoi venditori.

Il che ricorda una vecchia battuta di Beppe Grillo: “I commercialisti fanno sì che se dobbiamo pagare cinque milioni di tasse, ne paghiamo soltanto tre e diamo gli altri due a loro”.

Molti fondi espongono commissioni di ingresso (da far pagare ai clienti più polli), di gestione e di performance (dal 10 al 25%): una ghiottissima e certa opportunità per intermediari e reti di distribuzione, e non probabilmente l’affare del secolo per i risparmiatori.

Questa struttura commissionale finirà per sottrarre pesantemente non pochi punti percentuali dal ritorno sull’investimento, e consentirà agli intermediari di catturare una parte rilevante del beneficio fiscale previsto per il sottoscrittore. La cosa non stupisce: appena è stato possibile, il sistema degli intermediari ha allungato le mani (a pensar male una compensazione probabilmente fatta dal governo alle banche italiane per i messi soldi dentro il fondo Atlante) su una opportunità irripetibile di fare soldi, nel momento in cui la gestione attiva sta soffrendo colpi durissimi ad opera di fondi passivi ed Etf.

Naturalmente nessuno può sapere quale sarà il rendimento dei fondi “PIR compliant” e, quindi, fare delle simulazioni serie è impossibile. In 5 anni a Piazza Affari le azioni small e medium cap possono moltiplicare il proprio valore per 2 o anche perdere il 70% se si guarda all’andamento passato.

Quindi chi sottoscrivete un prodotto finanziario PIR compliant come un fondo o una polizza o una gestione è bene che presti molta attenzione ai costi e alle capacità di “creare alfa” del gestore (insomma fare meglio del mercato di riferimento) e non solo ai presunti vantaggi fiscale.

 

Investendo nei Pir si investe su un mercato come quello azionario italiano e in particolare sulle small e medium cap che in questi anni hanno ottenuto rendimenti di assoluta eccellenza con performance passate a 1, 3 e 5 anni veramente stellari…

FALSO. E spesso questa affermazione viene sostenuta con grafici e tabelle che fanno vedere l’ottimo andamento dell’indice Ftse Mid Cap o dell’indice Star… Peccato, come abbiamo ricordato nei punti precedenti, che queste performance i gestori e i propagandisti del culto dei PIR non le hanno quasi mai fatte ottenere ai loro sottoscrittori a vedere l’andamento storico della maggior parte dei fondi azionari Italia di categoria!

E quindi ricorrere al trucchetto di far brillare ai risparmiatori le performance passate è doppiamente scorretto. Ma detto questo vi è un ulteriore forte problema nel convogliare i risparmiatori italiani in modo massiccio verso investimenti che potrebbero rivelarsi poco liquidi e rischiosi e concentrati soprattutto su un unico Paese ovvero sull’Italia.

Che ci può stare in portafoglio azionario diversificato ma non in quantità eccessive. E soprattutto attraverso un approccio di gestione finto attiva come quella applicata dalla stragrande parte dei fondi della categoria (e lo dicono i track record).

Certo i rischi sono in parte stemperati dalla diversificazione operata dai fondi e da alcuni vincoli sulla concentrazione del suo portafoglio di investimenti ma questo rischio esiste per moltissimi risparmiatori dal momento che la maggior parte di essi già lavora in Italia (e ha magari rischi sul posto di lavoro) ed è già investito magari massicciamente sul mercato immobiliare e dei titoli di Stato.

Come società di consulenza abbiamo in questi anni portafogli con track record reale che hanno più che quadriplicato il capitale dal 2002 a oggi (a fronte di un mercato come quello azionario italiano rimasto sostanzialmente al palo) ma nell’approccio che utilizziamo verso i nostri clienti nella consulenza personalizzata mai consigliamo a un risparmiatore di mettere una quota estremamente rilevante (e mai più del 25-30% per i profili più speculativi) del proprio patrimonio sulla Borsa italiana.

Inutile girarci intorno: il nostro Paese non è certo fra i luoghi più tranquilli dove investire. Basti pensare che l’indice principale di Piazza Affari, rispetto ai massimi del 2007, è tuttora sotto del 30% (dividendi compresi).
Uno degli errori tipici di molti risparmiatori, analizzato dalla finanza comportamentale, è proprio l’home bias, la tendenza cioè di prendere decisioni “familiari” perché percepite come non rischiose o solo perché si crede di conoscere meglio quello che ci è più vicino, con la conseguenza, ad esempio, di detenere troppi investimenti (azioni e/o obbligazioni) del Paese in cui si vive, diminuendo la diversificazione e concentrando troppo il rischio.

Il rischio dei PIR è quindi che alcuni risparmiatori attirati dal “fiscal appeal” non valutino tutte le conseguenze di questa scelta se attuata in modo “pesante” sul proprio patrimonio.

Nel periodo 2007-2009 (e non stiamo parlando quindi della crisi del 1929 a Wall Street) abbiamo visto fondi azionari italiani al top della categoria perdere anche l’80% del proprio valore! E dopo oltre 10 anni la maggior parte di essi non ha ancora recuperato il valore di partenza e sono ancora in perdita. Altro che bonus fiscale sulle plusvalenze…

Con la crisi seguente allo scoppio della bolla dei subprime e al fallimento della banca d’affari Lehman Brothers molti gestori in tutto il mondo iniziarono a liberarsi a qualsiasi costo di ogni azione pur di essere liquidi. E le società a medio o piccola capitalizzazione quotate in listini come quello videro precipitare le quotazioni di fronte a vendite sempre più consistenti.

Nessun gestore acquistava perché tutti dovevano affrontare i riscatti, e i “fondamentali buoni” non mitigavano certo l’effetto caduta. Quando i flussi in uscita sono forti e i gestori stranieri (che controllano oramai buona parte del listino italiano) decidono di uscire dall’Italia, come abbiamo visto in molti casi, tenere le posizioni può non bastare. Anche con orizzonti temporali superiori ai 5 anni. Il lungo periodo (che per un investitore passivo “cuba” almeno 15 anni se parliamo di statistiche serie) funziona di più sull’indice delle borse internazionali o su quella statunitense, mentre su quella italiana è bene sapere che potrebbe essere ben più lungo. E soprattutto nel caso di una gestione passiva o finto attiva.

E anche nel 2011 con lo spread a 550 e la crisi di fiducia verso il debito pubblico italiano che portò alle dimissioni di Silvio Berlusconi e alla nascita del governo Monti qualcosa di simile accadde, investendo in modo negativo il mercato azionario italiano.

Peraltro con il meccanismo con cui i nostri legislatori hanno costruito questa curiosa normativa il rischio di creare una bolla speculativa enorme sul mercato azionario italiano delle small e medium cap esiste e le conseguenze non devono essere sottovalutate.

Il mondo del risparmio gestito soprattutto italiano che per lustri ha trascurato le small e medium cap ora ci sta entrando come in un elefante in cristalleria e il rischio è che sconquassi il settore (il vero motore di Piazza Affari) e crei un meccanismo tipico delle situazioni di troppo comprato. Si sale oltre l’infinito e oltre e poi si precipita quando una qualsiasi situazione avversa potrebbe creare l’effetto vendite a valanga.

Intanto godiamoci l’eccezionale momento (e noi lo stiamo facendo anche senza bisogno di convogliare i risparmi verso i fondi Pir) delle azioni small e medium cap e degli imponenti flussi di liquidità e risparmio che si stanno dirigendo verso un numero tutto sommato limitato di società quotate, provocandone un fortissimo rialzo. Da inizio anno, infatti, l’indice Star è in crescita del 30% circa.

Se dirotti verso un segmento particolare di società a bassa e media capitalizzazione un flusso a valanga di risparmi non ti devi stupire se le quotazioni salgono poi a palla e magari un giorno raggiungano anche valutazioni sproporzionate. Il fenomeno magari è solo all’inizio e diverse società quotate Pir complaint appaiono ancora interessanti ma la storia finanziaria insegna che prima o poi il pendolo gira sempre anche dall’altra parte.

E il presunto vantaggio fiscale può diventare l’ultimo dei problemi. Intanto, come ci ha ricordato Francesco Gabbani, stra-vincitore dell’ultimo Sanremo: “Carpe Diem”!

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