Dove investire? Cosa ci dice il primo semestre 2021 e cosa sta succedendo in Russia (champagne compreso)

Mercati mondiali: quali sono i mercati azionari migliori e peggiori? Bene il Vietnam, l'Austria ma anche l'Italia. Meno bene invece la Turchia. L'approfondimento di Salvatore Gaziano

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Il mese di giugno come il primo semestre 2021 con la scorsa settimana ce lo siamo lasciati dietro e per i mercati azionari è stato decisamente un bel periodo se non eravate degli “sporchi ribassisti”.

Fra i mercati migliori il Vietnam (di cui avevamo parlato in una delle prime Lettere Settimanali) con un +34% che si somma al + 7% dello scorso anno.

Molto bene anche l’Austria (+24%) che, però, lo scorso anno era stata fra le peggiori e continua il buon momento delle Borse nordiche (dove anche il mattone sale come se non ci fosse un domani).

Fra i mercati azionari peggiori nel mondo invece la Turchia (-17% fra conto capitale e conto valutario) che non trova mai pace (nel 2020 aveva perso un altro -17%).

Bene l’Italia con un +14,7% e i mercati europei si sono ben posizionati nella classifica globale, grazie a risultati aziendali molto incoraggianti e all’ottimismo dopo la riapertura delle economie in mezzo al dispiegamento della vaccinazione contro il coronavirus.

Molto bene Parigi (+18%) perfino meglio di Francoforte grazie al forte peso del settore dei beni di lusso ma anche del settore bancario spinto dalla prospettiva di un aumento dei tassi di interesse.

Il settore del lusso (da LVMH a Hermes) continua a stupire e secondo la società di consulenza Bain vi è una probabilità del 30% che le vendite di borse di fascia alta, abiti e gioielli torneranno a superare il livello pre-Covid. Lo scorso anno un simile scenario sembrava impossibile e nel 2020 si è visto comunque un calo del -23% delle vendite dei beni di lusso, il calo più grande mai registrato e il primo dal 2009, poiché la pandemia ha portato alla chiusura dei negozi e al virtuale “cessate il fuoco” del turismo internazionale.

Tuttavia, la crisi non sembra aver avuto un impatto duraturo sull’appetito e sul potere d’acquisto dei consumatori per i prodotti di fascia alta.

L’aumento delle vendite in Cina, il più grande mercato dei beni di lusso, e un rimbalzo più forte del previsto negli Stati Uniti hanno consentito un forte rimbalzo dei ricavi del settore nel primo trimestre del 2021.

La crisi ha costretto i brand, tradizionalmente restii a vendere i propri prodotti online, ad abbracciare l’e-commerce, che potrebbe diventare il principale canale di acquisto di beni di lusso nei prossimi anni.

Anche nello champagne il 2021 è partito con il botto e fra i migliori titoli della borsa parigina c’è Laurent Perrier (+28,8%) di cui avevamo parlato alcune settimane fa (una maison fra le mie preferite) e che nonostante un calo del fatturato ha visto accrescere la redditività. Con il 2021 e la riapertura di bar e ristoranti, i consumi di champagne sono segnalati da Vranken-Pommery perfino superiori a quelli del 2019.

Che poi parlare di champagne in questi giorni in Francia è come parlare di corda in casa dell’impiccato (come della Nazionale di calcio francese eliminata agli europei o i Måneskin vincitori dell’Eurofestival) perché la Russia di Vladimir Putin ha giocato un bello scherzetto sovranista ai produttori di champagne francesi.

Una legge appena votata in Russia in vigore dal fine settimana ha stabilito che solo gli spumanti russi potranno usare la parola “champagne”. E i produttori francesi dovranno immediatamente cambiare le loro etichette per poter continuare le loro esportazioni.

Se i vini dello Champagne conservano il diritto esclusivo di utilizzare il nome “Champagne” in caratteri latini sull’etichetta principale, la legge russa li obbliga ora a rinunciare al termine “shampanskoe” – traduzione del nome champagne in russo – e a presentarsi sotto la dicitura “spumante” o “vino con bollicine” in caratteri cirillici sul retro etichetta.

Solo gli spumanti russi avranno ora il diritto di utilizzare il nome “Shampanskoe“.

 

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La storia dello champagne e delle relazioni fra Francia e Russia (e precedentemente Unione Sovietica) si arricchisce così di un nuovo capitolo, mentre i principali produttori di champagne francesi si appellano alla diplomazia per fermare questa “legge inaccettabile”, ma intanto hanno già detto che obtorto collo si adegueranno, perché non vogliono perdersi un mercato non immenso, ma che vale comunque 6,5 milioni di litri.

E’ molto interessante la storia dello champagne in Russia anche dal punto di vista economico, perché negli anni ’30 già Stalin decise che anche l’Unione Sovietica avrebbe avuto il suo champagne per dimostrare che lo stile di vita comunista non era da meno di quello capitalista e che anche un semplice operaio poteva godere i lussi che nel vecchio mondo erano riservati solo a pochi aristocratici.

Le cose non sono andate proprio in questo modo, ma il comunismo come tutte le utopie più pericolose sono zeppe di buoni propositi e lo stesso Lenin ebbe modo di scrivere che l’Unione Sovietica doveva essere una macchina così perfetta che anche una cuoca avrebbe potuto guidarla.

Qualcosa è andato storto e al di là della metafora della cuoca che potrebbe essere poco “politically correct” (portiamo grande rispetto per chi cucina), in generale, mettere al governo degli incompetenti è un azzardo sempre da evitare, sotto qualsiasi regime.

Nonostante il nome, lo staliniano Sovetskoye Shampanskoye era uno spumante di bassa qualità che comunque ebbe una certa diffusione anche perché era l’unico spumante del Paese…

Oggi in Crimea si producono discreti “shampanskoye” e il provvedimento di Putin che è anche un appassionato viticoltore come Albano Carrisi (i cui vini sono eccellenti con il Don Carmelo Rosso in cima) favorirà sicuramente i produttori russi e, secondo il quotidiano Le Monde, in particolare quelli di un amico degli amici di Yuri Kovaltchouk che viene considerato il “banchiere personale di Vladimir Putin“.

Intanto, da inizio anno, il mercato azionario russo svetta con un +28% e in piccola parte ce ne rallegriamo anche noi, perché lo avevamo consigliato tatticamente su una linea di gestione patrimoniale di cui siamo consulenti, attratti dai multipli bassissimi a cui era arrivata la Russia, un Paese con materie prime comunque importanti.

Dal petrolio all’agricoltura, seppure secondo un vecchio detto sovietico ci sono quattro problemi in agricoltura: primavera, estate, autunno e inverno.

In accordo con questa logica, il presidente russo Vladimir Putin ha spesso incolpato le “potenze esterne” per la miseria del suo Paese che vanta un Pil pro capite (11.700 dollari Usa) che è stato nettamente superato in questi anni dagli ex satelliti con in testa l’Ungheria (16,800) e la Polonia (15.800 dollari Usa) che hanno saputo nell’Unione Europea trovare un grande volano (dimostrando di saper utilizzare a proprio vantaggio i finanziamenti europei a differenza dell’Italia).

Tra il 2014 e il 2019, Ungheria, Polonia e Romania sono cresciute in media del 3,9, 4,1 e 4,7% all’anno ha ricordato recentemente Anders Åslund, economista svedese, membro anziano del Consiglio Atlantico e grande esperto di Paesi dell’Est.

In Bielorussia e Ucraina, la crescita durante questo periodo è stata bassa e in Russia è stata in media solo dello 0,7% all’anno. Nel 2009 la Russia aveva un reddito pro capite (corretto per il potere d’acquisto) più alto di Croazia, Polonia, Romania o Turchia, ma da allora è stata superata da tutti questi paesi. I russi oggi devono convivere con la scioccante consapevolezza di stare peggio dei rumeni e dei turchi.

Tra i paesi dell’UE, solo la Bulgaria è più povera della Russia e tutto questo ci dice che descrivere Putin come un grande statista è un po’ esagerato considerato anche che la Russia compare al 129° posto su 176 Paesi nell’indice di corruzione CPI di Transparency International, mentre ai primi posti come trasparenza brillano quei “secchioni” di neozelandesi, danesi e finlandesi.

Al tasso attuale del dollaro, la borsa russa vale solo il 53% di quello che valeva al suo apice nel maggio 2008.

Tutto questo spiega perché in Russia (e non solo per effetto delle sanzioni occidentali) l’afflusso di investimenti esteri diretti è sceso a un bassissimo 1,4% del Pil a dispetto di un Paese con 573 miliardi di dollari di riserve valutarie internazionali e con un rapporto debito pubblico/Pil di solo il 18% del PIL e un avanzo delle partite correnti.

Qualcosa evidentemente non va nonostante Putin sia stato eletto in un sondaggio di qualche mese fa come l’uomo più bello della Russia dal 18% degli uomini e dal 17% delle donne intervistate. Non male per uno scapolo di 68 anni che ha fatto votare qualche mese fa una legge che gli consente di rimanere presidente fino al 2036 quando la più grande “cotta” per i russi compirà 83 anni.

E dovrà cercare in questo lasso di tempo di arginare le critiche anche di alcuni suoi fedelissimi a capo delle multinazionali russe che hanno iniziato a mostrare una certa insofferenza per alcune “putinate” come quella di utilizzare solo software russo nelle aziende russe entro il 2024 e di vietare i prodotti occidentali attualmente dominanti di Microsoft, SAP e altri produttori di software occidentali.

L’Associazione delle banche russe e persino la Banca centrale hanno messo in guardia contro il nazionalismo in termini di Information Technology: il passaggio richiederà almeno cinque-sette anni e costerà oltre nove miliardi di dollari, nonché “il rischio di enormi fallimenti nel lavoro delle organizzazioni finanziarie”.

Ma la rotta di Putin è chiara: vuole disaccoppiare ulteriormente la Russia dall’Occidente, che è rimasto molto indietro rispetto ad altri paesi emergenti in termini di crescita economica dall’annessione della Crimea nel 2014. Con questo il presidente vuole sigillare l’economia dagli effetti di ulteriori sanzioni occidentali.

E sta avvicinandosi sempre più alla Cina che ha sostituito la Germania come principale fornitore. Ma va detto che per esempio sul prezzo del gas la Cina paga tariffe notevolmente inferiori rispetto ai clienti tradizionali in Europa.

Per sfuggire a questo circolo vizioso, secondo Oliver Hermes, capo dell’Eastern Committee of German Business, la Russia dovrebbe diversificare meglio la sua industria lontano dalla dipendenza dalle materie prime, rafforzare la classe media e creare più libertà di movimento per le aziende innovative.

E questo non sembra proprio al momento il percorso che vuole prendere la Russia di Vladimir Putin.