RCS MEDIAGROUP, DIEGO DELLA VALLE E LA CARTA MALEDETTA

Era l’agosto del 2003 quando Diego Della Valle, il patron di Tod’s e di marchi alla moda come Fay e Hogan, annunciò il suo ingresso nel capitale del gruppo RCS (Rizzoli Corriere della Sera) raccogliendo, nei mesi precedenti, un pacchetto di titoli significativo (più del 2%) intorno a quota 2 euro. Un acquisto considerato dai Della Valle “strategico e di lungo periodo in un’azienda con grandi potenzialità di sviluppo e con un azionariato di grande qualità: le nostre attività ci permettono di avere soldi in più che investiamo in società che ci possano dare un buon ritorno».
Nelle ultime settimane viene il sospetto che  il fondatore della Tod’s, dopo 8 anni di quasi paziente attesa, deve aver aperto la pagina delle quotazioni e fatto qualche conto per accorgersi che il “buon ritorno” sui titoli Rcs non c’è stato, anzi…

Dopo essersi impennato nel 2005 in seguito al tentativo di Opa di Ricucci quando il titolo arrivò a superare i 6,5 euro (era l’estate in cui Della Valle decise, proprio in prossimità dei prezzi massimi, di incrementare il suo pacchetto) è iniziata per il titolo RCS una discesa quasi senza fine che ha portato le quotazioni a sprofondare sotto l’euro a inizio 2009, mentre negli ultimi 12 mesi il titolo si è mosso poco al di sopra di quota 1,10 euro.

Attualmente i Della Valle detengono il 5,5% del capitale e ai prezzi attuali è probabile che la minusvalenza rispetto ai prezzi di carico (in buona parte già spesata in questi anni nei bilanci della Dorint) sia fra i 50 e 100 milioni di euro (i bilanci di Dorint non sono pubblici ed è possibile fare delle stime in base alle date in cui Della Valle ha comunicato al mercato i vari acquisti dei pacchetti Rcs) considerato che attualmente il pacchetto di Della Valle vale circa 45 milioni di euro.

Non proprio quello che si può definire un investimento dal “buon ritorno”, come Della Valle aveva spiegato nel 2003 al momento dell’ingresso in questa società. Se il Della Valle imprenditore ha saputo in questi anni dimostrarsi molto abile, anche quello finanziere non ha certo sfigurato considerate le plusvalenze messe a segno su diverse operazioni. Dalla Comit a Bnl alle più recenti operazioni su Marcolin o l’americana Saks. “Scarpe grosse (e con i chiodini) e cervello fino” come lo descrive qualcuno, ma l’operazione su RCS si è rivelata finora per Diego Della Valle fra le poche in forte perdita.

Va bene entrare nel salotto del gotha della finanza italiana come dimostra la composizione dell’azionariato (vedi sotto) di RCS ma tutto ha un prezzo. Nell’ultimo decennio il settore editoriale non è stato certo generoso come performance a livello borsistico con l’indice europeo DjStoxx Media in calo del 50%. Ma RCS è riuscita a comportarsi in modo nettamente peggiore con la performance dal luglio 2001 a oggi del titolo di oltre il 70%.

IN ALTO A CONFRONTO L’INDICE DEL SETTORE MEDIA IN EURO CON L’ANDAMENTO DEL TITOLO RCS

Una campagna acquisti (in terra spagnola) col timing sbagliato e a caro prezzo

Il management, evidentemente, ci ha messo del suo e sicuramente l’acquisizione più importante si è rivelata sbagliata come timing (aprile 2007), target e prezzo pagato. Ci riferiamo alla campagna di Spagna che ha visto l’acquisto del gruppo editoriale Recoletos, holding non quotata dell’omonimo gruppo editoriale multimediale spagnolo presente in carta stampata, radio, tv e Internet.

Un’operazione da quasi 820 milioni di euro che ha portato l’indebitamento del gruppo a oltre un miliardo di euro (anche per altre acquisizioni operate in questi anni) ma che in termini di profitti ha visto negli ultimi anni (complice anche le pesante situazione di crisi che sta attraversando la Spagna)  conti sprofondare. Ma al di là delle acquisizioni “sfortunate” in questi anni, a vedere i bilanci di Rcs, la considerazione che si può trarre è che la montagna ha finora partorito il topolino.

Redditività bassissima rispetto al settore di riferimento nonostante il controllo di partecipazioni estremamente importanti con in testa i quotidiani italiani il “Corriere della Sera” e “La Gazzetta dello Sport”. E non che in questi anni non si siano succeduti piani industriali sempre più ambiziosi, shopping all’estero o in Italia o manager al comando dal curriculum eccellente. Si pensi a Vittorio Colao, attuale numero uno europeo di Vodafone che alla tolda di comando di Rcs come amministratore delegato non ha resistito che due anni (dal giugno 2004 al luglio 2006) dopo che era stato di fatto commissariato dal patto di sindacato (affiancandogli, nella scelte delle linee strategiche, il presidente Piergaetano Marchetti) ma anche spiato dopo essersi scontrato con azionisti eccellenti quali Marco Tronchetti Provera e Cesare Geronzi.

Può una società avere così tanti padroni, un consiglio di amministrazione che sembra un elenco del telefonico (si veda qui la composizione a questa pagina) e una governance che definire “bizantina” è un eufemismo?

 

L’offensiva lanciata da Diego Della Valle in queste settimane sul ruolo di quelli che chiama sarcasticamente «gli arzilli vecchietti unti dal Signore» e che sono identificabili in Cesare Geronzi e il presidente del consiglio di sorveglianza di IntesaSanpaolo Giovanni Bazoli, rende pubblica la battaglia in corso e le lamentele di un azionista eccellente che contesta apertamente a questi personaggi di godere di uno status privilegiato rispetto agli altri soci. Arrivando ora a chiedere (in qualità anche di consigliere di amministrazione) che il gruppo Generali di cui Geronzi è presidente si disfi della partecipazione in RCS (un 3,7% del capitale) facendosi «interprete di un sentimento diffuso» tra gli azionisti dei salotti buoni che «dicono basta ai bizantinismi» e vogliono sistemi in cui, per parafrasare Cuccia, le azioni si contano e non si pesano.

La battaglia di Diego Della Valle farà bene a Rcs? Il titolo sembra in Borsa reagire bene e il 16 febbraio è stato convocato un patto di sindacato della società editoriale. Ma nell’ipotesi che Geronzi e Bazoli facciano veramente un passo indietro basterà questo a rilanciare RCS?

Via Geronzi e Passera, via il dolore?

Il loro ruolo dei “vecchietti arzilli) in Via Solferino è sicuramente importante e questo crea ulteriori attriti nella gestione e nell’indirizzo come su argomenti delicati come la scelta del direttore del Corriere della Sera o quando si devono prendere decisioni “lacrime e sangue”. Via Bazoli e via Geronzi si sposterebbe probabilmente il peso delle forze in campo all’interno del patto di sindacato e degli equilibri che oggi vigono e la mossa del patron di Tod’s vuole probabilmente far saltare lo status quo attuale.

Peraltro alla porta ci sono altri azionisti privati importanti e di peso che non fanno parte del patto di sindacato come la famiglia Benetton (5,1%), la famiglia Toti (5,14%) e il re delle cliniche Giuseppe Rotelli (7,55%). Tutti personaggi che sono entrati con pacchi di decine di milioni di euro nel capitale di Rcs anche probabilmente con l’idea di fare una bella operazione d’ immagine e di pubbliche relazioni (è difficile credere che persone così “scafate” non abbiano valutato bene, prima di investirvi pacchi di miliardi, in che tipo di società particolare si andavano a cacciare) ma che in questi anni hanno dovuto pagare il prezzo di assistere a un titolo in picchiata.

Ridisegnare la governance potrà essere sicuramente utile ma da solo certo non serve risolvere i problemi della “corazzata” RCS che si trova da anni (senza riuscirci) a cercare di gestire una “baracca” fra arzilli vecchietti, finanzieri rampanti, imprenditori a caccia di visibilità smaniosi di pagare il loro obolo pur di far parte di un salotto buono ma anche giornalisti attaccati a molti privilegi del passato e manager e direttori poco coraggiosi mentre il mondo dei media corre alla velocità della luce.

I giornali su carta vanno sempre peggio e la tendenza non è di breve periodo (per ragioni demografiche, economiche e tecnologiche) dato che la comparsa dell’online ha rivoluzionato il settore ed è sempre più evidente che siamo solo all’inizio…
Si leggono sempre meno giornali stampati e si frequenta sempre più la Rete, i costi di produzione dell’informazione online sono nettamente più bassi, più andremo avanti sempre maggiormente le nuove generazioni considereranno l’informazione online prioritaria rispetto a quella offline.

Un gruppo editoriale che vuole competere in questo mercato ed esserne protagonista può certo appoggiarsi sulla propria storia e sulle testate che detiene ma questo da solo non basta. E’ di questi giorni il lancio negli Usa de nuovo quotidiano su Ipad lanciato dal magnate Rupert Murdoch che potrà essere consultato solo per abbonamento: 99 centesimi per una settimana di lettura e 39,99 per assicurarsi il quotidiano elettronico per un anno per un giornale di oltre 100 pagine. La dimostrazione di come cambia sempre più profondamente questo settore e come sia importante adeguarsi al mercato.

Accade invece oggi che al Corriere della Sera parte della redazione (come ha ricordato il diretto Ferruccio De Bortoli in un’accorata lettera ai giornalisti tutta da leggere per capire il clima dentro Via Solferino) non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Accade che viga una norma che prevede il consenso del giornalista a ogni spostamento, a parità di mansione.

Accade che i giornalisti delle testate locali non possano scrivere per l’edizione nazionale, mentre lo possono tranquillamente fare professionisti con contratti magari per giornali concorrenti. Di fronte a questi dati di fatto il problema della governance è sicuramente importante  e potrà essere magari decisivo per RCS ma solo se poi si passerà a una rivoluzione vera a livello gestionale che porterà probabilmente a un un vero braccio di ferro con i giornalisti del gruppo sullo stile Mirafiori dove evidentemente il management, insieme ai direttori (in primis quello del Corriere della Sera) dovranno marciare compatti, senza tentennamenti o posizioni troppo variegate come quella di un’armata Brancaleone.

E’ questo quello che Della Valle ha in mente come prossimo passo? Non lo sappiamo ma se non si crea la coesione a livello di proprietà e di management non crediamo che RCS possa risollevarsi facilmente e ritornare a colmare il gap borsistico che la separa dagli altri gruppi editoriali europei.

Tante idee e confuse. Eppure un certo Rupert Murdoch che non è proprio un giovin signore dimostra che…

Peraltro è curioso che fra le operazioni di dismissione annunciate (confermate in questi giorni da RCS) ci sia proprio la controllata Dada che nei piani dell’ex ad Colao doveva essere il fronte avanzato del gruppo RCS nell’editoria digitale mentre ora (pur in presenza di risultati economici in questi anni in profonda discesa) è considerata qualcosa di cui disfarsi velocemente. C’è un senso industriale in questa operazione oppure oggi si vende ai minimi per far cassa e magari fra qualche anno si riacquisterà qualcosa di simile ai massimi perchè lo consiglierà magari qualche altro consulente aziendale stile McKinsey?

Il gruppo Rizzoli Corriere della Sera dispone di un patrimonio di lettori, testate, media sicuramente eccezionale. E non solo in Italia. Ma per diventare un gruppo media moderno ha bisogno sicuramente di liberarsi di tutta la zavorra del passato. Fatta non solo dagli «arzilli vecchietti unti dal Signore» ma anche da una struttura di comando troppo arzigogolata, costosa e inefficiente. E serve  un top management con la schiena diritta e con idee forti e modern che risponda solo al consiglio di amministrazione e dimostri sul campo che i piani industriali proposti non siano esercizi pindarici.

Fra le opzioni ventilate nel futuro dai rumour pubblicati in queste settimane anche la possibilità di un delisting per procedere a una totale ristrutturazione interna o l’ingresso di un socio editoriale straniero invocato da qualcuno come un salvatore. Tante idee (e anche confuse) come si vede nel futuro di RCS.

Difficile capire, guardando al passato, se questa sarà la volta buona affinchè la società cambi veramente pagina. Ma l’ora delle decisioni irrevocabili sembra proprio giunta.La rivoluzione digitale è partita da tempo e non aspetta che la governance del gruppo RCS sia cesellata ulteriormente. Mentre i polli litigano il rischio è altrimenti che il gruppo RCS finisca in pentola.

L’anomalia delle azioni RNC…

Infine una curiosità borsistica. Meno del 4% del capitale di RCS Mediagroup è composto da azioni di risparmio per una capitalizzazione di circa 24 milioni di euro su 900 milioni di euro totali. Un tipo di titoli che hanno per statuto un dividendo minimo annuo del 5% (quindi 5 centesimi, considerando il valore nominale di 1 euro di tutte le azioni).

Considerato che per le azioni di risparmio non convertibili è prevista anche la possibilità di pagare i dividendi arretrati se quest’anno appena chiuso (bilancio 2010) facesse capolino l’utile la società potrebbe pagare 10 centesimi.

Una cedola di quasi il 12% considerando che l’azione a Piazza Affari viaggia intorno agli 85 centesimi di euro. Forse per questo motivo chi vuole puntare sul RCS, ma con un bel paracadute, sta preferendo in questo inizio anno questa versione a vedere l’andamento, contando magari sul fatto che prima o poi la società faccia due semplici conti finanziari e valuti di offrire la conversione in azioni ordinarie. Ma queste sono solo ipotesi su cui scommettono gli arbitraggisti a vedere il grafico (vedi sotto) dell’ultimo anno. O quest’esercizio o il prossimo un dividendo super per Rcs rnc potrebbe essere nell’ordine delle cose.

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