TUTELA DEL RISPARMIO: IL QUESTIONARIO MIFID A COSA SERVE SE NON VIENE PRESO SUL SERIO NEMMENO DALLA CONSOB?

I recenti fatti accaduti ai risparmiatori coinvolti nel pasticciaccio delle 4 banche fallite, con azzeramento del valore dei propri risparmi investiti nelle obbligazioni subordinate e nelle azioni di questi istituti, insieme ad altri episodi di risparmio tradito, hanno riaperto il dibattito su come evitare che il risparmiatore italiano venga fatto “fesso” allo sportello. Per colpa (sua) o dolo (altrui), ovvero sfruttando la diffusa ignoranza finanziaria di molti risparmiatori o per interesse da parte di alcuni intermediari a piazzare prodotti inadatti al profilo di rischio dei clienti ma molto convenienti per il loro bilancio.

C’è chi come l’economista Alberto Alesina qualche settimana fa  sulle colonne del Corriere della Sera si è spinto a proporre una sorta di patentino ai risparmiatori per evitare nel futuro “incidenti” di questo tipo.

Chiunque apra un conto in banca (o ne abbia già uno) dovrebbe disporre anche di una «patente finanziaria». Dovrebbe cioè superare un esame tipo quello di teoria che si sostiene nel caso della patente auto. Un esame con una cinquantina di domande alle quali rispondere con esattezza. La licenza garantirebbe che chi è «idoneo» è a conoscenza di poche ma importanti cose: che un rendimento alto senza rischio non esiste, che il tasso di interesse reale è molto diverso da quello nominale, che mettere tutte le uova in un paniere è pericolosissimo, come pure decidere se indebitarsi a un tasso fisso o variabile quando si compra una casa richiede un’attenta valutazione della situazione economica propria e generale“.

Sul piano del buon senso questa proposta della patente non sarebbe da disprezzare, anche se è evidente che se passasse questa idea, diventerebbero infiniti i campi di applicazione, compreso il rilascio di patenti preliminari anche a chi vuole diventare presidente del Consiglio o decide di sposarsi e mettere al mondo un figlio.

Prima forse di lanciare nuove proposte così geniali, una cosa più banale in tema di tutela del risparmio sarebbe quella di far funzionare non solo dal punto di vista formale le norme, gli strumenti e gli organismi che già esistono.

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Certo esisterà sempre il problema della “strabiliante diseducazione finanziaria dei risparmiatori” ricordato da Alesina ma se Consob e Bankitalia avessero usato maggiormente gli strumenti in loro possesso per lanciare un SOS più forte e chiaro su Carichieti, CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche, Veneto Banca e Popolare di Vicenza, sanzionando pesantemente i vertici di questi istituti e chiedendo la loro sostituzione, qualche risparmiatore si sarebbe potuto probabilmente salvare da questo piccolo Titanic del risparmio italiano che ha messo a dura prova la credibilità delle autorità di controllo e di governo in tema di tutela del risparmio.

Che fare per tutelare maggiormente i risparmiatori? C’è chi propone anche una nuova authority oltre a commissioni di inchiesta, ma se si volesse fare concretamente qualcosa da subito, una modesta proposta potrebbe essere quella di iniziare a intervenire con alcuni piccoli aggiustamenti su quanto sulla carta esiste ma poi nella sostanza non funziona come dovrebbe.

Prendiamo per esempio il questionario Mifid che dal 2007 tutte le banche sottopongono ai risparmiatori per valutarne il profilo di rischio sulla base di una serie di domande sulla loro esperienza come investitori, tolleranza al rischio, orizzonte temporale.

Una direttiva che imponeva a tutti gli intermediari di agire nei confronti della propria clientela in maniera onesta, equa e professionale, offrendo informazioni chiare e non ingannevoli, per permettere ai risparmiatori di compiere scelte consapevoli, offrendo prodotti finanziari che tengano conto del profilo e delle esigenze del risparmiatore.

Come viene invece redatto questo documento informativo? In modo molto superficiale e burocratico. Come hanno testimoniato oramai migliaia di casi può capitare che il questionario sia solo firmato dal cliente ma compilato dall’impiegato allo sportello per consentire di stare nei parametri richiesti per il prodotto finanziario che la banca in quel momento vuole collocare. Oppure può anche accadere che a fronte di un risparmiatore anziano con profilo moderato o cautelativo la banca giudichi comunque congruo rifilargli prodotti finanziari non proprio prudenti come azioni, fondi azionari, obbligazioni subordinate e non certo in modica quantità.

“Quaranta persone – ha raccontato Chiara Rubbiani della Federconsumatori – ci hanno portato la documentazione che Banca Etruria ha fornito loro e nella quasi totalità dei casi il Mifid è stato compilato dai funzionari con dati che non corrispondono a quelli reali”.
Mifid è un acronimo piuttosto complicato che sta per “Market in financial instrumets directive” e rimanda alla direttiva europea che disciplina la vendita dei prodotti finanziari. Impone che il compratore abbia ben compreso e sia consapevole dei potenziali rischi cui va incontro.
“Ma è evidente – spiega Chiara Rubbiani – che qui si tratta di persone che non avevano conoscenza alcuna degli strumenti finanziari che stavano acquistando”.
Non solo i titoli scolastici sono stati ritoccati. Ci sono casi di pensionati di 93 anni che dichiarano sul modulo Mifid di non ritenere di aver bisogno dei soldi investiti per i successivi 10 anni.

E situazioni di questo tipo non sono l’eccezione e la dimostrazione purtroppo di una grande occasione mancata su uno strumento che servirebbe proprio ad assegnare a ciascun risparmiatore una sorta di “patente” (senza crearne altre) per comprendere qual è il suo corretto profilo di rischio, la sua conoscenza finanziarie reale e quali sono i suoi obiettivi.

Perché non provare a migliorare questo strumento per evitare ai collocatori furbetti di fare potenziali stragi di polli? Il Sole 24 Ore ha fatto delle proposte condivisibili su come si potrebbero cercare di tutelare maggiormente i risparmiatori con 5 punti di un manifesto (vedi qui). Il questionario ai  fini dell’adeguatezza e dell’appropriatezza resta comunque in vigore e avrebbe senso che le autorità di controllo come la Consob intervenissero senza  indugiare oltre per farlo diventare veramente qualcosa di meno opinabile.

Oggi ciascuna banca, società di intermediazione o soggetto abilitato può far compilare il questionario Mifid “della casa”. Non esiste un modello unico approvato dalla Consob che sa perfettamente (ci ha pubblicato anche degli studi) come oggi questo strumento presenta diverse pecche per come viene utilizzato allo sportello. Nessun algoritmo unico  e questionario uniforme seppure da diversi anni diverse associazioni dei consumatori. sindacati di personale bancario oltre che addetti ai lavori hanno chiesto (inascoltati) di intervenire sulla regolamentazione di questo strumento poichè chi lavora sul campo sa benissimo che è dalla compilazione e dai risultati di questo questionario che può dipendere poi il collocamento anche selvaggio di prodotti finanziari inappropriati in conflitto d’interesse.

E in uno studio dell’ufficio studi della Consob presentato già alcuni anni fa emergeva addirittura che solo 2 questionari su 20 possono considerarsi sufficientemente chiari, efficaci e “validi” poiché utilizzano domande precise e identificano univocamente la tolleranza al rischio.
Giusta e apprezzabile la denuncia. Non l’unica, visto che qualche tempo prima lo stesso ufficio studi della Consob aveva denunciato e documentato il fenomeno delle obbligazioni (comprese le subordinate) piazzate allo sportello in modo spesso “selvaggio” e con condizioni non di mercato dalle banche italiane.
Ma purtroppo dalla denuncia (si veda anche qui) non si è passati anche in questo caso a una revisione della materia come se la stessa Consob non prendesse sul serio i lavori fatti dalla propria divisione Studi. 

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Già più di 2 anni fa uno studio dell’ufficio studi della Consob arrivava alla conclusione che i questionari di profilatura Mifid così come sono gestiti oggi dagli intermediari non sono corretti. Eppure nulla è ancora cambiato e non sembrano state fatte delle proposte da parte dell’organo di vigilanza per prendere sul serio l’allerta lanciata dallo stesso Ufficio Studi della Consob. Una mossa che probabilmente avrebbe evitato a numerosi risparmiatori di sottoscrivere prodotti (azioni di banche non quotate o obbligazioni subordinate) magari inadatti…

Può così accadere ancora oggi che a parità di prodotto una banca lo consideri congruo per un risparmiatore di 90 anni con profilo moderato e un’altra no. Banca che vai, profilatura del rischio che trovi.

Pur con tutti i limiti che un questionario di questo tipo può avere (compreso il titolo di studio come criterio) , non sarebbe magari utile invece crearne uno universale, certificato e che possa prestarsi a minori forzature o manomissioni?

Se poi si raccontassero e si scrivessero ai risparmiatori senza trucchi e senza inganni i rischi associati a ogni investimento finanziario proposto (tipo quando si può perdere percentualmente su ciascuna classe di investimento in modo chiaro) a fronte delle opportunità che esistono si tratterebbero i risparmiatori in maniera più adulta e si eviterebbero probabilmente alcune cattive sorprese. Occorrono scelte più informate, dove il risparmiatore sia costretto a una maggiore presa di coscienza di come funziona il rapporto rendimento/rischio.

Se per esempio vi viene proposta un obbligazione subordinata potrebbe essere utile conoscere il rischio di perdere il 50% del capitale (come fino al 2009 accadeva prima che la Consob su pressione dell’Abi togliesse dai prospetti informativi questa informazione) o comunque sapere che questi titoli (anche di banche primarie) hanno visto nel passato oscillazioni dei corsi anche del 50%. E discorso analogo vale per l’azionario diretto o tramite fondi o Etf.

Perché non si forniscono agli investitori informazioni chiare e comprensibili sulle serie storiche delle varie asset class oltre che sui costi incorporati dai prodotti collocati? Facile la risposta. Questo avrebbe come conseguenza probabilmente per molte banche e intermediari un crollo della commissioni attive e della vendita di molti prodotti finanziari più “cicciosi” come ritorni diretti o indiretti.

La trasparenza nei confronti dei risparmiatori dovrebbe essere favorita dal governo (anche con campagne mediatiche di sensibilizzazione dedicate sul tema del risparmio) perché è anche una questione di salute finanziaria pubblica ma per il sistema bancario nel suo complesso questo probabilmente significherebbe nel complesso una forte erosione dei profitti e purtroppo il recente rinvio al 2018 a livello europeo dell’applicazione della cosiddetta direttiva MIFID 2 dimostra chi comanda veramente.

Ricordiamo infatti che la nuova direttiva Mifid2 (che presenta anche difetti già tipici della MIFID 1 come un’eccessiva prolissità che bombarda di informazioni il risparmiatore talvolta inutili) imponeva per esempio alle banche e ai venditori di prodotti finanziari di scrivere in modo molto più chiaro rispetto ad oggi gli incentivi incassati ovvero tutte le commissioni guadagnate dal collocatore e maggiore trasparenza sui prodotti venduti allo sportello comprese le obbligazioni.

Se sul prodotto che la banca ti vuole vendere sapere che questa riceve il 2% di commissioni che ti vengono tosate dalla quota questa è un’informazione di una certa importanza ma l’Esma (l’associazione delle Consob europee) e la Commissione Europea hanno giudicato che le banche (su loro pressione) non sono ancora pronte per fornire questo tipo di informazioni e hanno quindi bisogno di più tempo per adeguare i sistemi informatici alla nuova normativa . E pazienza se è dal giugno 2014 che questa direttiva era stata pubblicata e alle banche erano state date 3 anni per adeguarsi. Hanno bisogno di almeno un anno in più è stato deciso qualche settimana fa.

Nel caso della disciplina del bail in che prevede che il risparmiatore possa partecipare al salvataggio della propria banca fallita con i propri risparmi invece non c’è stato tempo per nessuna modifica di rilievo o rinvio.

Così va il mondo, anzi l’Europa.

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