L’ultima trovata delle banche: commissioni d’ingresso rateali per i fondi d’investimento

Dopo averle fatte "uscire dalla porta", le banche fanno rientrare l'incubo di molti risparmiatori: le commissioni di sottoscrizione differite

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Con le commissioni di sottoscrizione differite sui fondi d’investimento, i risparmiatori dovranno pagare un “riscatto” per riavere indietro i soldi. Un recente provvedimento di Banca d’Italia le consente.

Dopo anni si era riusciti quasi a eliminarle, sono state resuscitate ma in formato più subdolo. Parliamo delle commissioni di sottoscrizione (chiamate anche commissioni di ingresso o di collocamento) sui fondi comuni di investimento.

Un nuovo regolamento consente infatti alle società di gestione di applicare queste commissioni in forma differita ovvero rateale, spalmandole su più anni. Una roba da cui scappare come lepri e vi spieghiamo il perché.

Alcune big del risparmio gestito italiano hanno chiesto di poterle applicare e dopo una consultazione è venuto fuori un provvedimento discutibile e sicuramente che non fa bene all’educazione finanziaria e alle tasche dei risparmiatori.

 

Cosa sono innanzitutto le commissioni di sottoscrizione?

 

Un obolo che il risparmiatore poteva pagare quando acquistava un fondo e andava a decurtare immediatamente il capitale investito. Un carissimo biglietto di ingresso (fino al 5% del capitale) che andava ad aggiungersi alle commissioni di gestione del fondo, alle spese della società di revisione, al compenso della banca depositaria, alle commissioni di performance, se previste,  alle retrocessioni concesse al collocatore.

Questi costi ai tempi  erano trattenuti al momento di ogni nuova sottoscrizione in un fondo comune: ipotizzando una commissione di ingresso del 5%, un risparmiatore che faceva un versamento per 100 euro, ne investiva in realtà 95, mentre 5 erano trattenuti dalla società di gestione (e solitamente girate a chi aveva venduto il fondo come “premio” per averlo tirato dentro).

Il collocatore è il soggetto che vende il fondo al risparmiatore. Nella maggioranza dei casi il collocatore è una banca o un società che opera tramite una rete di consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede (promotori finanziari o private banker quando si vogliono dare un tono sono termini equivalenti) oppure un intermediario online come un supermercato di fondi. Chi vende un fondo al risparmiatore può intascare una commissione di sottoscrizione o decidere, bontà sua, di scontarla interamente al risparmiatore, ovvero azzerare le commissioni. Tanto avrà modo di rifarsi su tutti i costi che gravano sul fondo e che abbiamo elencato in precedenza di cui gli verrà retrocessa una congrua percentuale. Più il fondo costa, in pratica, più la banca o il consulente che lo vendono al cliente guadagnano ogni anno e tutti gli anni in cui il cliente rimane investito nel fondo.

 

Quanto costano i fondi comuni di investimento

 

I fondi hanno costi variabili da una tipologia all’altra ma la particolarità tutta italiana è che costano moltissimo rispetto alla media europea.
I fondi comuni venduti in Italia sono tra i più cari in Europa secondo l’Esma, l’authority europea che vigila sui mercati finanziari: il 37% delle performance dei prodotti del risparmio gestito viene rosicchiato dai costi. A chi vanno questi costi che gravano sui sottoscrittori dei fondi? Il Report dell’Esma indica che il 70%  dei costi relativi ai fondi remunera il canale distributivo. Detto in altre parole, finisce alla rete che colloca il prodotto, ossia la banca o la rete di vendita o la piattaforma internet che vende il prodotto al risparmiatore.

Il costo di un fondo è indicato dal TER (il total expense ratio). Chi investe 50.000 euro su un fondo azionario paga mediamente 1190 euro di commissioni annue (2,38%) tutti gli anni in cui lo mantiene in portafoglio. Se invece opta per un fondo bilanciato paga un po’ meno 990 euro l’anno, un fondo flessibile costa mediamente 840 euro l’anno, per un fondo obbligazionario si spendono 550 euro l’anno mentre un fondo monetario costa 300 euro all’anno.

 

A chi vanno questi costi?

 

Chi vende il prodotto al risparmiatore può guadagnare in alcuni casi anche più del 70% dei costi che gravano sul fondo tutti gli anni in cui il cliente rimane investito sul prodotto. Ma evidentemente a qualcuno ancora non basta. E ha nostalgia delle commissioni di ingresso che faceva pagare una volta. Ma sono anni che non si fanno quasi più pagare a nessuno tranne a qualche risparmiatore un po’ disinformato su come funziona il “giro del fumo” a cui magari il venditore ha fatto il giochetto che gliele scontava perché lo trattava bene.

E allora cosa si inventa parte dell’industria del risparmio gestito nel 2021 quando oramai la raccolta fresca come flussi degli ETF in tutto il mondo (Europa compresa) supera quelli dei fondi d’investimento?
Propone di introdurre le commissioni di ingresso (leggi sottoscrizione) differite.

Così ottiene due benefici: non solo si guadagna più di prima ma si trattiene il cliente per anni. Perché? Come? Spalmando queste commissioni per più anni così se il cliente vuole uscire prima del tempo stabilito come congruo da chi gli vende il fondo, deve pagare.

 

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Banca d’Italia, sollecitata sul tema dall’Associazione delle Società di Gestione del Risparmio (Assogestioni) acconsente e firma un provvedimento il 16 febbraio 2021 che modifica il Regolamento sulla gestione collettiva del risparmio e introduce la possibilità di far pagare al risparmiatore commissioni di sottoscrizioni differite sui fondi.

L’unico limite temporale per farle pagare è l’orizzonte temporale del fondo.
E se il risparmiatore vende prima il fondo perché magari performa male? Deve pagarle e l’importo di queste commissioni gli verrà sottratto dal capitale che gli verrà restituito.

Mentre chi paga il nuovo obolo è chiarissimo (il risparmiatore), chi lo intasca lo è un po’ meno per questo abbiamo deciso di chiedere anche il parere di Massimo Scolari, presidente di Ascofind, l’associazione che riunisce le società di consulenza iscritte nell’apposita sezione dell’Albo e di cui anche SoldiExpert SCF fa parte.
Banca d’Italia ha una formulazione un po’ criptica in proposito perché dice che le commissioni di sottoscrizioni prelevate gradualmente dalla società di gestione sono “a valere sulle commissioni di gestione sottoscritte”. Che vuol dire?

Le commissioni di sottoscrizione, che siano applicate in unica soluzione oppure differite, sono oneri che gravano sul singolo sottoscrittore – chiarisce Massimo Scolari – mentre le commissioni di gestione sono costi che gravano sul fondo, ossia su tutti i partecipanti in proporzione al numero di quote possedute. Non vedo come si possa prevedere un’applicazione di commissioni di sottoscrizione a valere sulle commissioni di gestione. Le società di gestione dei fondi inoltre non detengono conti di liquidità dei partecipanti ai fondi. Come potrebbero addebitare commissioni di sottoscrizione differite alle diverse scadenze? Potrebbero farlo solo a fronte di disinvestimenti programmati di quote specificamente autorizzate dal partecipante. Insomma una struttura commissionale non certo semplice da comprendere per l’investitore”.

La denuncia di Consumerismo sulle commissioni di sottoscrizioni: risparmiatori ostaggio delle banche

Qualche Associazione dei Consumatori come Consumerismo alza la mano e segnala la cosa anche ai giornali. Citywire rilancia la notizia: “Un nuovo balzello si abbatte sui risparmiatori italiani, con un incremento dei costi a loro carico che rappresenta inoltre una pratica scorretta volta a modificare i comportamenti e le scelte dei piccoli investitori. Secondo Consumerismo le commissioni di sottoscrizione sono “Una “gabella” vessatoria” che disincentiva il risparmiatore ad uscire dal fondo. Le commissioni di sottoscrizione possono essere spalmate anche per un tempo molto lungo visto che l’unico limite previsto è l’orizzonte temporale del fondo, che può superare i 7 anni. Un chiaro modo per bloccare psicologicamente l’investitore per anni come insegna anche la finanza comportamentale”.

 

Quali tutele per il risparmiatore?

 

Il Questionario di adeguatezza che ha firmato delimita il suo orizzonte temporale: sarebbe ben strano che una banca collocasse a un cliente che ha indicato un orizzonte temporale di investimento di 3 anni un fondo che spalma le commissioni di ingresso differite su 4 anni. “Alla luce degli obblighi di adeguatezza e di Product Governance contenuti nella Direttiva Mifid2, ai quali sono sottoposti tutti gli intermediari che collocano prodotti finanziari, andrebbero evitati collocamenti di prodotti che presentino un differimento delle commissioni di sottoscrizione su periodi più lunghi rispetto all’orizzonte temporale indicato dall’investitore” chiarisce Scolari.

“La stessa Banca d’Italia, nella relazione illustrativa del provvedimento posto in consultazione, in caso di commissioni di sottoscrizione a pagamento differito richiama l’attenzione, a tutela degli investitori, sul rispetto degli obblighi informativi – ricorda Scolari – e sul necessario allineamento tra il periodo di prelievo della commissione di sottoscrizione differita e l’orizzonte temporale di investimento”.

 

Un risparmiatore bloccato nelle sue scelte di investimento

 

Studi di finanza comportamentale sulle decisioni di investimento in condizione di incertezza mostrano che di fronte a una perdita certa, il risparmiatore non prende la decisione migliore per sé. Di fronte alla certezza di pagare un costo certo per uscire da un prodotto come si comporterà il risparmiatore? Lo terrà in portafoglio anche se non ne è soddisfatto? Nell’esperienza di chi scrive (che da oltre vent’anni fa il consulente indipendente) l’investitore su cui gravano commissioni di uscita su un prodotto non lo venderà finché la commissione non sarà azzerata.

Quali le conseguenze sistemiche?

“The winner takes it all” potremmo dire come la canzone degli Abba. Il vincitore prende tutto. La banca che riesce a vendere un prodotto con commissioni di ingresso differite acquisirà una rendita di posizione rispetto a tutti gli altri operatori. Non per meriti propri ma per lacci con cui è riuscita a legare a sé i propri clienti colpiti da una sindrome di Stoccolma.

Nel documento di consultazione concernente “Modifiche al Regolamento sulla gestione collettiva del risparmio” di luglio 2020 che abbiamo potuto visionare la Banca d’Italia, richiamando l’art. 8, comma 3, del Provvedimento della Banca d’Italia del 9 luglio 2019, spiega che “L’intervento normativo (sulla possibilità di differire nel tempo le commissioni di sottoscrizione ndr) non è sottoposto ad analisi d’impatto in quanto non comporta costi addizionali o impatti significativi per i destinatari”.

E’ opinione di chi scrive che l’impatto sulla concorrenza tra gli operatori ci sarà ed eccome.

Ci saranno costi addizionali (visto che le commissioni di ingresso non le faceva pagare praticamente più nessuno basta guardare qualche bilancio degli asset manager quotati). E non ultimo si guasterà ulteriormente la fiducia del risparmiatore nel sistema poiché introduce maggiori costi e in maniera subdola cercando di condizionarne il comportamento con un ricatto bello e buono.

Si parla tanto di educazione finanziaria e poi…si dimentica che se si vuole insegnare altri altri, bisognerebbe essere per primi dei bravi maestri. Almeno se non si vuole far scappare gli alunni. Verso strumenti più trasparenti come gli ETF che costano l’80% in meno dei fondi, non trattano il cliente come un ostaggio costretto a pagare un riscatto se vuole uscire visto che non prevedono nessuna commissione di ingresso differita.

Attenti quindi risparmiatori a chi vi propone fondi con simili meccanismi che talvolta abbiamo visto applicare per esempio sui cosiddetti fondi “target” ovvero quei fondi con durata prestabilita e con una finestra di collocamento e che sono quasi sempre nelle analisi che abbiamo effettuato (si veda il caso di questo fondo Eurizon) delle “ciofeche”.

Ci sembra antistorico che si pensi ancora di far rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta e dal mercato come le commissioni di sottoscrizione e in una forma molto più subdola che rischia di non essere percepita dal risparmiatore comune.
Si amplia, infatti, il conflitto d’interessi fra risparmiatore e SGR e viene meno il valore della trasparenza, limitando alla fine le possibilità di disinvestimento e non si capisce qual è il beneficio per il risparmiatore. Che però può tutelarsi in modo efficace e sicuro: mettendo alla porta chi gli propone questi fondi e con queste caratteristiche.