Fondi multi asset: tanto rumore (come al solito) per quasi nulla. Un bilancio.

Negli scorsi anni i cosiddetti fondi d’investimento multi asset sono stati campioni di raccolta fra i risparmiatori italiani e quasi tutte le reti e banche ne hanno sfornato versioni su versioni per intercettare e incanalare i risparmi degli italiani.

fondi multi asset investono in un mix diversificato di asset class, tipicamente azioni, obbligazioni e valute, abbinandoli, a volte, a investimenti alternativi, come quelli nel settore immobiliare o in materie prime.

Nel periodo 2015-2016 questo tipo di fondi d’investimento sono stati proposti massicciamente ai risparmiatori italiani da banche e reti con una raccolta miliardaria quasi alla stregua di “soluzione finale” o “miracolosa” per investire su uno strumento capace sulla carta di rappresentare la quadratura del cerchio e ottenere “rendimenti nel tempo positivi, svincolati dai benchmark,  controllando la volatilità con una logica flessibile e diversificata”.

Come sono andati poi? Salvatore Gaziano, responsabile strategie d’investimento di SoldiExpert SCF nonché consulente finanziario indipendente, è stato intervistato sul tema dal mensile “Citywire” nel numero di aprile e qui fa il punto, evidenziando luci (poche) e ombre (tante) di questo prodotto che è presente massicciamente nei portafogli di molti risparmiatori italiani e il cui vantaggio principale sembra quello di generare commissioni per tutta la filiera del risparmio gestito (fabbriche prodotto, banche, reti, promotori finanziari..).

 

 

Peccato perché l’idea di combinare asset differenti non è certo una cattiva idea e anzi fa parte della direzione che qualsiasi consulente finanziario o strategist si trova prima o poi ad affrontare per fornire ai propri risparmiatori una diversificazione ragionata. Investire in modo diversificato e multi asset se fatto in modo ragionato può essere nel tempo vincente ed è un buon consiglio. Ma evidentemente la maggior parte dell’industria del risparmio gestito ha sbagliato qualcosa nella “ricetta”  e probabilmente a questo contribuisce anche un carico di costi accollati ai sottoscrittori veramente esagerato.

1. Multiasset: un’etichetta dietro cui c’è un gruppo di prodotti molto eterogenei e che, in alcuni casi, è stata coniata apposta per seguire un trend di mercato, come accade quando c’è una moda. Partiamo da una definizione: cos’è un fondo multi-asset e quali caratteristiche minime deve rispettare?

Nel 2015 in un nostro articolo su MoneyReport.it già ci domandavamo se dietro l’etichetta “multi asset” non si celasse il rischio del “tanto fumo, poco arrosto” e a vederne dopo 4 anni l’andamento di quello che è stato qualche stagione fa un “must have”, un acquisto assolutamente necessario per il portafoglio dei risparmiatori, la previsione si è rivelata abbastanza azzeccata.

 

Fondi multi asset: tanto fumo, poco arrosto?

 

Sulla carta questi prodotti sono stati presentati come fondi che promettevano al risparmiatore di saper governare le Borse entrando e uscendo al momento opportuno spostandosi dall’azionario all’obbligazionario, alla liquidità o alle materie prime quando serviva.

Inoltre diversi fondi multi asset venivano presentati promettendo di generare performance elevate qualsiasi cosa accadesse sui mercati grazie all’abilità dei gestori di spostarsi da un asset all’altro e fiutare i mercati grazie al proprio team di specialisti.

Dare una definizione è quindi difficile perché ogni società di gestione e il marketing si sono sbizzarrite nel raccontarne le virtù. Nella realtà spesso si sono rivelati una riverniciatura dei fondi bilanciati e dei fondi flessibili o total return con un termine nuovo per catturare un nuovo pubblico e rivitalizzare la curva delle vendite. Se si guarda ai risultati, percentualmente pochi fondi multi asset hanno mostrato di fare una gestione veramente multi asset e multi strategy come promettevano, ma sono stati nella realtà sostanzialmente passivi e l’unico attivismo da segnalare è quello nel generare commissioni per tutta la filiera.

2. Quali sono i principali vantaggi che offre un fondo multi-asset?

Alcuni ci hanno pure aggiunto sopra il discorso del flusso di cedole per non far mancare nulla alla narrazione o pure la scadenza diventando dei fondi target. Sulla carta non c’è dubbio che è questo proprio quello che si vorrebbe sentir dire un risparmiatore e quasi la quadratura del cerchio.
Dei fondi hedge versione nazional popolare. Peccato che la realtà dei mercati finanziari è sempre più complessa.

3. Che genere di rendimento hanno offerto negli ultimi tre anni i multi-asset? Dal punto di vista della performance i multi-asset riescono a offrire un flusso cedolare costante?

Proprio perché dentro la definizione di multi-asset c’è tutto e il contrario di tutto non è facile fare delle statistiche dettagliate, perché il multi-asset si è declinato poi in decine di categorie e se anche si prendono banche dati differenti emergerà come la mappatura dei fondi multi-asset è molto complessa e offre risultati non univoci. Se prendiamo ad esempio fra i multi-asset quelli a ritorno assoluto e che abbiano nella denominazione la parolina “multi-asset” (ma le definizioni sono molteplici che sono state utilizzate per definire questo genere di prodotti) e almeno 3 anni di risultati ne vengono fuori circa una quarantina con rendimenti nel primo decile del +10% circa e del -10% nell’ultimo. La media è del +3% in 3 anni. Un po’ pochino.
Fra i migliori il BGF Global Multi-Asset Income E2 Cap EUR con +12% a 3 anni +35,7% a 5 anni. Fra i peggiori il MSIF Global Multi-Asset Opportunities B EUR con -12.09% a 3 anni e parliamo di fondi con drawdown tutti intorno all’11-12%. Tutte performance comprensive di eventuali cedole prelevate alla bisogna dal capitale.
Se nello stesso periodo avessimo investito in modo passivo su un basket di ETF 50% obbligazionario e 50% azioni mondiali il rendimento sarebbe stato di circa il 13% con un drawdown più contenuto e di circa l’8%.
Un confronto che dice molto e fa capire a chi vuol capire come siamo di fronte all’ennesimo prodotto di moda e di marketing collocato dall’industria del risparmio gestito ai risparmiatori senza quasi nessun vero valore aggiunto, se non per le tasche dei collocatori.

4. Costi: come si posizionano questi fondi in termini di fee?

Quelli a media volatilità quindi con circa 50% obbligazionario e 50% azionario di benchmark sottostante parliamo di 1,75-2,75% di spese correnti annui. Quelli più aggressivi anche costi annui superiori anche al 3%. Decisamente una manna per i distributori e non per nulla negli scorsi anni sono stati collocati massicciamente prima di lanciare una nuova generazione di fondi “must have”.
Devo dire che quando ne vedevo il lancio così importante e sostenuto da uno sforzo pubblicitario non comune ho pensato che in realtà questa volta ci fosse anche il tentativo degli emittenti di questi fondi di affrancarsi nel tempo dai distributori. Offrire ai risparmiatori un prodotto “all in one” (tutto in uno) con cui costruire un legame con il risparmiatore più forte e fidelizzato ed evitare la polverizzazione degli investimenti su tante case di gestione e tanti fondi. Mi sembra che, se questa era l’idea, qualcosa sia andato storto.

5. Quali sono invece i rischi connessi?

Vedendone l’andamento paradossalmente la gestione troppo attiva può voler significare, come si vede in diversi casi, un andamento ben peggiore del mercato se le cose vanno male. E sui mercati finanziari per definizione prima o poi vanno male. Questo unito ai costi elevati che, come per la maggior parte dei fondi, è un handicap sempre più pesante in confronto ai prodotti “stupidi” che si dimostrano alla lunga nel 90% dei casi più “furbi”.

6. Ci sono zone di ombra da tener d’occhio quando ci si approccia all’universo multi-asset?

Noi come SoldiExpert SCF e come consulenti indipendenti raramente li prendiamo in considerazione e li consigliamo ai risparmiatori ed è sempre più evidente nel tempo che è meglio ragionare in termini di singole componenti piuttosto che comprare “pre-assemblati” (soprattutto dentro strutture come i fondi d’investimento) dal valore aggiunto spesso discutibile a parte veramente pochissime eccezioni.

Parte di questa intervista è stata pubblicata anche nel numero di Aprile del mensile “CityWire Italia”.

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